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Quella tripla identità
che assedia Salvatore Stefano Zoccali

Basilicata

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CALABRESE uguale corrotto: contro Stefano Salvatore Zoccali si abbatte il venticello della calunnia social che spazza il caldo torrido con cui nasce la giunta più letteraria e rosa del secolo, col neosindaco De Ruggieri nei panni del manzoniano Principe di Condè a scegliere 4 donne su 9 aggiungendo la promessa, o l'idea, di avere una vice in squadra.
Una giornata da trend-topic per Zoccali, insomma, ritrovatosi cioè tema caldo degli indignados da tastiera solitamente alle prese con selfie ed elucubrazioni su Isis e scie chimiche (in questi giorni molti esperti di macroeconomia in salsa greca, a proposito): aridaje con la lobby calabrese, occhio alla mafia – urlano più o meno velatamente ma sempre virtualmente gli stessi che poi magari smontano il luogo comune del lucano vaccaro e pastore – e dunque se sei calabrese non puoi non essere 'ndranghetista o comunque imbroglione. È il determinismo che colpisce l'ultimo, a seconda del momento storico, sia esso il gay o il migrante. Il problema è che stavolta tutto nasce da un equivoco per così dire onomastico, come vedremo.
Calabrese uguale 'ndrangheta? Visto che non c'è mai fine al gioco della caccia al diverso da sé, infatti, tocca registrare quest'ultima guerra trans-regionale tra campanili (evidentemente lo schema Matera vs. Potenza non appassiona abbastanza...) aggiornandola con il mito della presunta lobby dei calabresi che comanda in Basilicata: su tutti citiamo qui il questore Giuseppe Gualtieri, catanzarese, e la rettrice (come ama definirsi la cosentina Aurelia Sole) dell'Unibas, senza tacere l'ex direttore del Quotidiano Paride Leporace attuale presidente della Lucana Film Commission.
E dire che Raffaello “Condè” De Ruggieri, in una lodevole e davvero moderna scelta apolide nel mondo globalizzato che si vuole senza confini, di Zoccali aveva bypassato i dati geografici presentandolo solo come «pezzo da novanta e pensionato d'oro», definizione quest'ultima vagamente tafazziana. Rimarchevole, piuttosto, il glorioso passato nella Prima Repubblica in quota repubblicana (il plenipotenziario Francesco Nucara è reggino come lui), proprio come il primo cittadino materano il cui primario cursus honorum è tutto targato Pri.
Ora, non è una difesa da corregionale, ma Stefano Salvatore Zoccali – è bene ribadire il doppio nome, e il perché lo spiegheremo presto –, già dg alla Regione tanto che le malelingue vogliono per questo collocarlo in quota o comunque in un alveo pittelliano, con trascorsi nella Cassa per il Mezzogiorno ed esperienza ventennale nel Palazzo, è forse l'unico assessore il cui curriculum è attinente alla nuova delega (Ambiente), tra optometristi al Volontariato, consulenti del lavoro alle Infrastrutture e laureate in giurisprudenza spalmate tra Lavoro, Opere pubbliche e Urbanistica.
Le bordate sulla fiducia al nuovo esecutivo però sono quasi tutte per lui. L'adduciano Nino Carella scrive sul suo blog che «peraltro sembrerebbe (salvo omonimie) che il neoassessore Zoccali abbia avuto qualche turbolento trascorso giudiziario. E anche un geologo che risponde a suo nome risulta essere stato sospeso dall’albo. Ci auguriamo si tratti di omonimia, che sarebbe un brutto biglietto da visita per la Capitale della Cultura». Sì, si direbbe che almeno nel primo caso è un'omonimia quella che riguarda il Salvatore (senza Stefano) assessore regionale calabrese sospeso nel 1992, data peraltro in odore di diritto all'oblio: si tratta infatti del fratello, Salvatore come lui ma Salvatore “e basta”, per via del nome del nonno che i genitori hanno deciso di “alzare” ben due volte, decidendo di rendere da ultimo difficilissimo il lavoro dei giornalisti. Rimasto in Calabria, Salvatore-senza-Stefano è proprietario di un albergo a Pizzo, il “Murat”.
Cliccatissimo – ma stranamente poco rilanciato ieri dai forcaioli professionisti dell'antipolitica da social network – il link di un pezzo di Marco Lillo per il Fatto Quotidiano sui “super-burocrati” citati nel Rapporto annuale di Palazzo Chigi in cui tra gli stipendiati d'oro e manager-boiardi di Stato si scova uno Stefano Salvatore Zoccali direttore generale dell’ente per l’irrigazione della Puglia, Lucania e Irpinia, ente persosi nei meandri del web nel 2012 fino al commissariamento in attesa della cancellazione-riconversione in Spa scollegata dal Mipaaf. In questo caso il doppio nome riportato in modo ufficiale ci aiuta a diradare le nebbie: è lui!
Al contrario, quello con farfallino delle foto pubblicate ieri dai giornali non è di certo lo stesso Zoccali con cui altri ancora lo confondono (sempre sui social), ovvero l'eminenza grigia Franco, una sorta di Gianni Letta reggino altrettanto elegante, strapagato braccio destro di una coppia superpotente in cui la parte del Cavaliere era impersonata dal governatore disarcionato dai guai giudiziari Giuseppe Scopelliti detto “Peppe Dj” per le performance di 4 anni fa su Rds.
Proprio nel 2011, tornando a quel rapporto della Presidenza del Consiglio diffuso nel 2012, il neoassessore Zoccali dichiarava 112mila euro di redditi; il suo curriculum lo vede tra le altre cose consigliere di amministrazione della srl milanese Monte Raitiello (interessi nell'eolico e, in questo caso, vicende giudiziarie ben più fresche) e socio di maggioranza e amministratore della sas potentina Service Consulting. Abita in una mansarda a Tito e coltiva, nonostante i decenni lucani, un accento con molte R tipicamente reggino cui si aggiunge la rivendicazione di una “repubblicanità” più spiccata di quella del fratello Salvatore-e-basta.
Zoccali “con doppio nome”, invece, a questo punto rischia già un'accusa di assenteismo – era fra i tre non presenti alla presentazione dell'altro ieri a Matera, con gli altri due “prof” Schiuma e Cangelli – ma intanto è la prova vivente che il triplice mantra del neosindaco a proposito di urbanistica (riuso, recupero e riciclo) viene intanto applicato a un assessore.
Resta la rivolta (poco informata come molte campagne facebook ma tant'è) a prescindere contro un calabrese. In attesa dell'operato dello Zoccali dai due nomi, il lucano adottivo checché ne vogliano i nativi, si può magari organizzare un boicottaggio dei ristoranti e dei pub gestiti dai vicini di regione o firmare una petizione per alzare un muro fra i territori potentino e cosentino come l'Ungheria vuole fare con la Serbia — anche se ripensandoci, forse come elemento divisivo basta il viadotto dell'A3 crollato quattro mesi e mezzo fa.
e.furia@luedi.it

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