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Storia dell'eremita venerato dai fedeli
prima ancora di diventare Santo

Calabria

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LO scorso 19 marzo papa Francesco ha iniziato il suo ministero petrino di vescovo di Roma. Lo stesso giorno, ma 500 anni prima, iniziò pure il pontificato papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, quartogenito del famoso Lorenzo il Magnifico. Tra le pratiche che gli lasciò in sospeso il suo predecessore, c’era una supplica presentata dal correttore generale dei Minimi, p. Germano Lionnet, nella quale aveva chiesto a Giulio II l’autorizzazione per celebrare liturgicamente la memoria del fondatore, Francesco Martolilla, nel giorno della sua nascita al cielo, ovvero il 2 aprile. Pur essendo un eremita originario del Viceregno spagnolo, visto che la concessione era perorata dalla corte francese, papa Medici accolse la richiesta e il 7 luglio 1513, col breve Illius qui, autorizzò i Minimi a celebrare la memoria liturgica del Fondatore. Con tale concessione, equivalente all’odierna beatificazione, iniziava ufficialmente la venerazione verso il futuro Patrono della Calabria. Dal momento che la ricorrenza del V centenario della beatificazione di S. Francesco di Paola costituisce un evento di portata non solo regionale, in quanto è stato il primo calabrese ad esser stato prima beatificato (1513) e poi canonizzato (1519), ma anche universale, dato che con l’Eremita di Paola si introduce nella prassi della Chiesa la duplice inchiesta una per la beatificazione e l’altra per la canonizzazione, è opportuno ripercorrere l’iter seguito per giungere a quel breve pontificio, col quale ebbe pure inizio una nuova fase nell’iconografia sul Paolano. 

Il 2 aprile 1507, venerdì santo, all’età di 91 anni Francesco Martolilla si spegne a Tours, all’epoca capitale del Regno di Francia. Anche se negli ultimi tempi, a motivo anche dell’età, aveva condotto una vita estremamente solitaria, l’Eremita calabrese era conosciutissimo non solo in Francia, ma in tutta Europa. Per tre giorni ci fu un flusso ininterrotto di fedeli e devoti che si recarono a rendergli l’estremo saluto. Il lunedì dell’Angelo furono celebrate le esequie e la salma, per la prima volta, fu tumulata nella chiesa dei Minimi a Montils-les-Tours. Visto che l’edificio sorgeva nei pressi del fiume Cher, solito ad esondare, l’8 aprile, su espressa richiesta di Luisa di Savoia il corpo venne riesumato e collocato all’interno di un sarcofago in pietra che, sotto il profilo dell’isolamento, offriva maggiori garanzie. Già durante i giorni in cui era stata allestita la camera ardente, ma soprattutto dopo la sua sepoltura, la sua tomba era divenuta una meta di pellegrinaggio, così come i luoghi dove si conservavano indumenti o oggetti appartenuti a Francesco. Anche se non c’era stato ancora il pronunciamento ufficiale della Chiesa, per i devoti era già un santo al quale affidavano le loro preghiere affinché ottenesse dal Signore qualche guarigione o grazia. Emblematico è l’episodio occorso al nobile Francesco Santonio di Paola che, nel 1510 – a distanza, quindi, di tre anni dalla morte dell’Eremita -, dinanzi all’inefficacia dei rimedi terapeutici, su consiglio di un proprio fratello che gli aveva detto: «Andamo, et portamo lo figliolo ad sancto Francisco chence sono le vesti di frate Francisco et facimocille mittere da supro, forsi che Dio e lo Patre frate Francisco ne fara la gratia». 
Si recarono, quindi, al convento paolano e misero sull’ammalato «la tunica et altre cose de dicto frate Francisco». Subito prese a sorridere e disse: «lassatime andare solo et cussi lo lassaro andare et adao solo et fo sano come prima et sene retornao laudando Dio et lo Padre frate Francisco». Si alzò e prese a camminare speditamente e senza difficoltà, completamente guarito. A pregare l’Eremita calabrese non erano ovviamente solo i suoi corregionali, ma anche alti esponenti della corte francese. La regina di Francia, Anna di Bretagna, moglie di Luigi XII, preso atto che i medici non erano riusciti a far guarire la figlia Claudia da una forte febbre, nell’aprile del 1507, a distanza, quindi, di poche settimane dalla morte di Francesco, accogliendo il suggerimento di mons. Lorenzo Allemand, vescovo di Grenoble, iniziò a pregare il “Buon Uomo”, promettendo che se la figlia fosse guarita ne avrebbe patrocinato la canonizzazione. Infatti, ottenuta la grazia, la regina Anna volle adempiere il voto e attraverso il vescovo di Nantes, il card. Roberto Guibé, chiese a Giulio II che fosse aperto un processo di canonizzazione sul fondatore dei Minimi, Francesco Martolilla. All’istanza del porporato francese seguì il breve pontificio del 13 maggio 1512 “Dilectus filius” col quale Leone X ordinò che fosse condotta un’inchiesta informativa nei luoghi di nascita, di vita e di morte del canonizzando. Per quanto riguarda il periodo vissuto in Calabria, l’incarico di raccogliere le deposizioni fu affidato al vescovo di Cariati, mons. Giovanni Sersale, e al canonico cantore della cattedrale cosentina, mons. Bernardino Cavalcanti, mentre per il periodo francese l’inchiesta fu affidata ai vescovi di Parigi (mons. Stefano Poncher), Grenoble (mons. Allemand) e Auxerre (mons. Baillet). Mentre il tribunale cosentino fu molto sollecito nell’avviare il proprio processo, tanto che l’8 giugno il breve pontificio fu consegnato a mons. Sersale e questi, dopo aver fatto affiggere il bando per la convocazione dei testimoni (15 giugno), già il 4 luglio cominciò ad interrogarli, quello transalpino, per una serie di contrattempi, avviò il lavoro a distanza di oltre un anno (25 giugno 1513). Per ovviare a questo ritardo, il correttore generale dei Minimi, P. Lyonnet, volle anticipare i tempi e, seguendo un iter piuttosto in uso presso la Curia Romana, mentre le inchieste informative erano ancora in corso – quella cosentina, pur essendo stata conclusa il 18 gennaio 1513, dovette attendere oltre un anno prima di essere tradotta nel latino curiale –, presentò una sua supplica a Giulio II nella quale, a nome dell’Ordine chiedeva che una volta l’anno, il 2 aprile, i frati potessero celebrare la memoria del loro fondatore. Ancora ignoriamo quando fu presentata questa supplica. Di certo essa fu scritta prima del 5 febbraio 1513, data della morte del p. Lyonnet. 
La successiva scomparsa di Giulio II (21 febbraio) e la celebrazione del conclave ovviamente fece slittare i tempi per la concessione pontificia, che si ottenne, finalmente, il 7 luglio 1513 con il breve Illius qui. Se la conferma del culto non costituisce certo una novità, in quanto nel passato vi erano state già analoghe autorizzazioni, non sono di poca importanza, invece, le circostanze che l’Eremita calabrese, oltre ad essere stato il primo beato dell’epoca moderna, abbia pure ottenuto la cosiddetta beatificazione equipollente battendo tutti i tempi, in quanto tra la sua morte e la conferma del culto intercorsero poco più di sei anni. A tal riguardo non è da escludere che, proprio la vicinanza temporale della morte del Paolano e il fatto che fosse conosciuto tanto dal nuovo pontefice quanto dalla curia pontificia abbiano influito sul rilascio del breve di beatificazione. Nel documento pontificio, oltre al permesso per la celebrazione liturgica del beato Francesco di Paola, c’è un passaggio finora non adeguatamente tenuto presente da quanti si occupano di iconografia sul Santo. Infatti, Leone X, per favorire la diffusione del culto del nuovo beato, nel breve autorizza i frati pure «a far dipingere la sua immagine, così come poter lecitamente tenerla nelle loro chiese, così come i Frati dell’Ordine dei Minori hanno dipinte nelle loro chiese l’immagine di Fra Bernardino di Montefeltro, morto in questi ultimi anni [1494], senza che per questo si richiesta in alcun modo la licenza degli ordinari dei luoghi, o di chiunque altro».
 Se da una parte tale autorizzazione fa decadere tante fantasiose leggende sui quadri del Paolano anteriori al 1513, dall’altra, però, avvalora quanto sta emergendo dalle recenti indagini diagnostiche sul quadro di Montalto Uffugo. Infatti, ormai non solo viene pacificamente postdato al 1513, ma sono state riscontrate numerose analogie con altre raffigurazioni simili, facendo ipotizzare che alla base ci sia un cliché predisposto per la divulgazione nelle chiese dei Minimi della immagine del Fondatore, così come previsto dal breve pontificio. Allo stato attuale delle ricerche non è ancora possibile stabilire con esattezza quale sia l’immagine più antica, ossia la prima dipinta dopo il breve di Leone X. Quella che si venera a Corigliano Calabro potrebbe essere una fra le più antiche, visto che reca in alto la seguente iscrizione: “Beatus FrancCiscus de Paula” e non “Sanctus”. 
Padre Rocco Benvenuto rettore del Santuario di Paola

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