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Nel decennale dalla promulgazione della legge sulle minoranze linguistiche (legge 482 del 1999), il Grecanico, l’Arbereshe, il Catalano di Alghero, il Friulano, il Ladino, l’Occitano, il Sardo, il Franco-provenzale e le parlate germaniche, slovene, croate e francesi che puntellano l’arco alpino rivivono nell’ultimo libro dell’onorevole Fortunato Aloi, “Minoranze o presenze etnico-linguistiche?” (Pellegrini Editore), presentato ieri pomeriggio nell’aula magna dell’Università per Stranieri “Dante Alighieri”.
L’incontro, organizzato dal circolo culturale “Giuseppe Calaogero”, dal centro studi “Francesco Grisi” e dall’Istituto di studi gentiliani Calabria e Lucania, ha fornito l’occasione per ricostruire la storia di un iter legislativo controverso e per tracciare le fila di quanto è stato fatto per la valorizzazione delle minoranze linguistiche. Lingue autonome rispetto all’Italiano, sedimentate nel tessuto culturale e sociale di alcune aree circoscritte del Paese spesso in seguito a eventi storici traumatici, che ne hanno messo a rischio la stessa sopravvivenza e hanno tracciato una linea di non ritorno nella storia di un popolo. Lingue, dunque, non dialetti, che con l’Italiano hanno poco a che fare, ma sono entrate nel Dna di buona parte dei cittadini italiani.

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