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di NICOLA TAVERNITI
Il 17 marzo, saranno celebrati i centocinquanta anni dell’unità d’Italia. Per noi meridionali, ed in special modo calabresi, festeggiare quel giorno, significherebbe aggiungere al danno, la beffa. Dovrebbe essere invece, un giorno di lutto; e di profonda meditazione, in memoria, ed in ricordo, delle migliaia e migliaia di morti ammazzati; trucidati con inaudita violenza, dall’esercito invasore “piemontese”; in una sorte di guerra non dichiarata. Oggi molti sono gli storici, impegnati a fare chiarezza, sugli eventi che hanno caratterizzato quel “progetto unitario” dimostrando con assoluta certezza, che la cultura di “regime” ha volutamente stendere “un velo pietoso”, sulle vicende risorgimentali, e sul loro reale evolversi. Soprattutto, si è cercato da parte della stampa del nord; di minimizzare sull’entità, di quelle che furono le grandi rivolte popolari; che “infiammarono” tutto l’ex Regno di Napoli, riducendoli a forme estreme di volgare brigantaggio. A chi dice che la storia non si riscrive, perché prigioniero e vittima di una cultura “deformante”; io rispondo che la storia dovrebbe essere un atto di verità e di fede; e quindi il riflesso della coscienza pulita; di chi la fa, ed ancor più di chi la scrive; diversamente la si costruisce artatamente. Dico questo, perché la vera storia del Mezzogiorno, non è quella che ci è stata propinata nei lunghi decenni, sui libri di scuola e che noi abbiamo accettato “supinamente” in modo acritico. La storia è un’altra ; a partire da quel “falso progetto unitario”, che non fu un plebiscito, come vorrebbe far intendere la “geografia di Stato”; ma fu un’imposizione fatta con la violenza. Arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di interi paesi, persecuzioni indiscriminate, introduzione ne diritto del domicilio coatto, stato di assedio, terrore. Fu in buona sostanza un secolo di involuzione di privazioni, di scelte scellerate che hanno relegato la Calabria, ad un ruolo di sudditanza, e di passiva subalternità, nei confronti di uno “stato” accentratore. La Calabria prima dell’Unità d’Italia non sapeva cosa fosse, l’emigrazione “biblica” e “forzata”; e questo grazie alle innumerevoli attività artigianali, e commerciali; così come quelle metallurgiche e minerarie, dislocate per aree geografiche, nel mandamento di Stilo e nel comune di Mongiana, oggi (archeologia industriale). Addirittura alcuni insediamenti industriali, risalgono al VII ed VIII secondo a. C. Le sette miniere di pirite di Pazzano; destinate a fornire la materia prima agli altiforni del complesso industriale di Mongiana; che da solo riusciva a produrre ghisa, più di quanto ne potessero produrre il Piemonte e la Lombardia messi insieme. Fino al 1800 quella di Mongiana era un’industria “giovane” che si affacciava con profitto, verso i mercati internazionali. Con l’unità d’Italia, lo “stato” Piemontese, dimostrava nei fatti, di non nutrire alcun interesse verso Mongiana; ed imboccava la direzione opposta a quella del governo borbonico; che nei momenti di difficoltà, quando si allargava il divario, con i concorrenti stranieri, correva ai ripari, per non farle perdere il contatto, con le industrie europee più evolute. I piemontesi si inventano strumentalmente le diseconomie; chiude Mongiana, ed apre l’acciaieria di Brescia e lo stabilimento di Terni. Fu così che i 3000 addetti di Mongiana a Ferdinandea; i 4000 di Pietrarsa, a tutti quelli che lavoravano con le industrie estrattive private, si trovano a vivere un lento declino, che li avrebbe condotti alla paralisi economica ed all’emigrazione transoceanica. Ora, se quello di Mongiana, considerato “centro” propulsivo di ricchezza regionale, avesse avuto nel tempo sviluppo e dimensione organica adeguata; oggi non ci saremmo trovati di fronte ad una delle peggiori crisi del comparto industriale del Mezzogiorno. Purtroppo, il governo Piemontese, adottò nei confronti dell’ex Regno di Napoli, una politica di mero sfruttamento di tipo “colonialista”; trattando le provincie meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico; o come gli inglesi nel regno del Bengala. D’altronde le motivazioni politiche che avevano portato all’Unità d’Italia, erano in subordine, rispetto a quelle economiche.

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