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di DELIO DI BLASI* Si sono spenti i riflettori sui festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, sui tricolori al vento, sulla retorica patriottica cui siamo stati costretti da un partito populista e xenofobo (così il Roth Institute di Tel Aviv definisce la Lega Nord) che ha come finalità statutaria il “conseguimento dell’indipendenza della Padania”. E’ parsa, questa festa, elemento di una narrazione “dal carattere troppo astratto, spesso bizzarro e romanzato”; come accade, appunto, “nei momenti più caratteristici di crisi politico-sociale, quando il distacco tra governanti e governati si fa più grave e pare annunziare eventi catastrofici per la vita nazionale”. Si spengono i riflettori sulla festa della paura, quindi. Paura della Lega e del suo potere esorbitante. In questi casi non si guarda troppo alle sfumature. Sembra non volersi comprendere che è proprio ridando centralità ai temi sociali e dell’economia che si può provare a ricostruire una trama comune e si possono difendere le fondamenta dell’Italia unita: la Costituzione fondata sul lavoro, il contratto nazionale, i diritti universali, la scuola pubblica, lo stato sociale. Solo così si può evitare che l’unico, reale fattore di unificazione rimanga la ‘ndrangheta che, oramai, ha “colonizzato” strutturalmente la finanza e l’economia delle regioni più ricche e sviluppate. Con la recessione dell’ultimo biennio, il Pil delle regioni meridionali è ritornato, in valore assoluto, ai livelli di dieci anni fa. Oggi il Pil per abitante della Calabria non raggiunge il 57% di quello del Centro-Nord. A Cosenza il reddito medio è pari a poco più di 17 mila euro annui, contro i 27 mila euro di Bergamo. A fronte di ciò, il federalismo leghista darà a Bergamo il 42% di risorse in più ed a Cosenza il 55% in meno. Nel nostro territorio si rischia l’azzeramento del già fragile apparato produttivo. A Cosenza si registra oggi un tasso di disoccupazione reale che supera il 25%, un incremento senza precedenti del ricorso agli ammortizzatori sociali, una significativa contrazione del reddito disponibile e dei consumi. In questo territorio quasi il 60% delle aziende soggette ad ispezione risulta irregolare e, tra le province italiane, Cosenza occupa il terzo posto in quanto a diffusione di attività sommerse. In questa città, a centinaia di lavoratori non solo non vengono assicurate le principali tutele contrattuali ma, anche da parte delle istituzioni pubbliche, viene loro negato il fondamentale diritto al salario. A ciò si somma il fatto che, per i comuni della cosiddetta area urbana, già nel biennio 2011-2012, è previsto un taglio nei trasferimenti dello Stato pari a circa 26 milioni di euro; mentre la Giunta Regionale, al netto della propaganda, impone un piano di rientro dal deficit sanitario che nega il diritto alla salute e scarica tutti i costi del risanamento sulla sanità pubblica, sui lavoratori dipendenti e sui pensionati. Uno scenario apocalittico che prefigura un futuro di nuove povertà. Siamo alla “fine del lavoro”, alla liquidazione definitiva dello stato sociale. Per tutte queste ragioni, appare urgente promuovere una diffusa presa di coscienza del grave rischio di disgregazione sociale che incombe sulla città. Bisogna mettere insieme tutti i soggetti che vogliono provare a resistere, a contrastare questo declino e ad invertire una tendenza pericolosa, a cominciare dagli studenti e dai movimenti che per mesi hanno chiesto alla Cgil la proclamazione dello sciopero generale, costruendo insieme a loro una piattaforma territoriale condivisa. In questo contesto, occorre che la Camera del Lavoro di Cosenza estenda da 4 ad 8 ore lo sciopero generale del 6 maggio; parli alla città che si impoverisce ed arretra; costruisca percorsi di partecipazione che vadano oltre la propria tradizionale rappresentanza; organizzi in questo territorio una grande manifestazione che sappia imporre all’attenzione generale la “questione Cosenza” che è parte di una nuova, drammatica questione meridionale.

*coordinatore di “La Cgil
che vogliamo” Cosenza

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