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di ALFONSO LORELLI
“Non può esserci un’isola d’oro in una società di m.”; questa espressione, apparentemente semplice ma carica di un significato profondo, usata, mi pare, per la prima volta in un’assemblea studentesca dell’Università di Nanterre (Parigi) nel 1967, resta quantomai attuale ed idonea a farci capire che quando una società è marcia e corrotta non vi possono essere suoi “segmenti”, istituzionali o di società civile, esenti dal degrado e dai quali, magari, ripartire per spalare lo sterco che tutto inonda. Gli studenti di allora lo dicevano per far capire che una società dominata dall’ingiustizia e dalle diseguaglianze non potrà mai costruire una scuola che funzioni bene, e che pertanto il movimento studentesco doveva applicare la categoria della totalità, cioè la “politica” nel senso greco del termine (polis/città semanticamente deriva da polùs/totalità) anche ai problemi della scuola; politica intesa come arte del saper governare armonicamente il tutto, cioè la totalità delle relazioni tra i cittadini mediante leggi fatte dal popolo (agorà ateniese) ma anche dagli “àristoi” (i migliori), cioè i filosofi scelti come governanti in quanto capaci di riportare ad unità-razionalità la volontà generale (che, come ha spiegato molto più tardi Rousseau, non corrisponde alla populistica e confusionaria volontà di tutti). La filosofia politica si è sempre arrovellato il cervello circa la coniugabilità tra sapere e politica, tra possibilità di selezionare i migliori e diritto di tutti i cittadini a votare, tra selezione qualitativa della classe dirigente e derive populiste che esaltano soltanto la quantità dei consensi e la capacità a procurarseli con ogni mezzo, anche illecito. In Italia, dopo l’introduzione del suffragio universale, la difficile “quadratura del cerchio” (selezione dei migliori e rispetto della volontà popolare) venne tentata dai partiti di massa e dalla loro organizzazione piramidale e territoriale. Le unità di base erano le sezioni territoriali che riunivano gli iscritti di un Comune o di un quartiere di città. Le iscrizioni erano controllate, sia per impedire che vi potessero essere infiltrati che volevano colpire il partito dall’interno, sia per garantirsi adesioni motivate e non strumentali. I controlli più rigidi li attuava il Pci, ma anche il Psi almeno fino all’ingresso nei governi di centrosinistra; nella Dc invece le maglie sono sempre state più larghe. Nelle sezioni avveniva una prima selezione dei dirigenti che per gradi successivi passava attraverso l’elezione nel direttivo, la carica di segretario, quella di candidato nelle liste comunali, l’eventuale nomina di assessore o di sindaco, la candidatura al Consiglio provinciale ed infine a consigliere regionale od a parlamentare. Nei partiti di sinistra, vigente un rigido rispetto delle decisioni di sezione o di federazione, le preferenze di voto venivano concentrate sui candidati ritenuti i migliori o i più meritevoli per lunga e corretta militanza. Si poteva accedere alle candidature superiori o all’elezione garantita dal partito attraverso il blocco delle preferenze ma soltanto dopo aver fatto una lunga “gavetta”, aver dimostrato capacità ed integrità morale, rispetto delle regole interne e dedizione al lavoro politico. In genere era così ma le eccezioni non sono mancate. Anche l’elezione alle cariche interne nella piramide organizzativa (Comitati di zona, direttivi di federazione, membri dei Comitati centrali o delle direzioni nazionali) avveniva secondo regole che volevano essere, ma non sempre erano, di selezione meritocratica e di capacità nella raccolta del consenso. I numerosi “processi” interni nel Pci, nel Psi, nel Psiup ed in tutti i partitini derivati, spesso erano lotte tra dirigenti mascherate da ideologia (frazionismo, disobbedienza alle direttive del partito, personalismo ecc.). Chi scrive, ancora nel 1995, in qualità di componente del direttivo provinciale di Rifondazione, fu sottoposto insieme ad altri compagni ad un “processo per frazionismo” ed espulso dal partito per avere organizzato incontri tra iscritti che contestavano la gestione burocratica e centralista della federazione cosentina; ma ormai eravamo in piena crisi dei partiti, le antiche regole interne erano saltate ed anche i partiti della sinistra avevano lentamente assorbito e fatta propria un’etica individualistica, carrieristica ed anche affaristica che veniva ancora nascosta dalle antiche regole. Tangentopoli ha fatto scoprire il sepolcro imbiancato ma il verminaio impazzito, dopo alcuni anni di confusione, ha trovato nuove strade. Alle organizzazioni rigide e centralizzate (partiti) si è sostituito un sistema di tipo feudale, con vassalli, valvassori, valvassini diffusi sul territorio, che a volte si raccordano tra loro sulla base di rapporti personali e di reciproci interessi, con regole autonome che esimono da ogni responsabilità collettiva. Da venti anni ormai la selezione dei candidati, in assenza di partiti organizzati, avviene non più per “meriti” e qualità dimostrate sul campo e riconosciute dall’organizzazione, ma per sola capacità a raccogliere consensi elettorali con ogni mezzo; il sistema elettorale maggioritario è stato pensato apposta. Le liste comunali sono fatte mettendo insieme le famiglie allargate, ma anche le Famiglie degli affari e del malaffare che possono garantire più voti, a prescindere da valutazioni di qualità o di moralità. Anche quella che continua a chiamarsi confusamente “sinistra” ha pian piano mitridatizzato il sistema di tipo feudale; partiti e partitini che si definiscono ancora così pensano che i voti non hanno odore e che per poter vincere occorre scendere in competizione con gli avversari usando gli stessi metodi. Anche le loro liste sono ormai zeppe di candidati “grandi elettori” e nessuno si chiede più come il candidato la pensa, come è vissuto e vive, come intende affrontare e risolvere i diversi problemi della collettività. Qualche giorno fa Ferdinando Aiello, consigliere regionale di Sel, pur dotato di acume politico, difendendo la scelta di candidare l’avvocato Paolini a sindaco di Cosenza per il centrosinistra, ha scritto che soltanto così la coalizione può sperare di vincere, senza essere attraversato dal dubbio circa la compatibilità tra il difensore e rappresentante delle strutture sanitarie private ed una carica istituzionale che deve battersi per la difesa ed il miglioramento della sanità pubblica; senza che vi sia stato un impegno preciso dello stesso candidato sul tema dell’acqua pubblica e dei due referendum. Dal Nord al Sud ormai “l’organizzatore privato” del consenso elettorale mette sul mercato il suo “patrimonio” (100-1.000-10.000 voti) e lo vende al migliore offerente o lo utilizza secondo la logica del maggior profitto; chi acquista quel prodotto assume il rischio della sua infedeltà, ecco perché le istituzioni elettive (dai piccoli Comuni al Parlamento) si sono trasformate in un immondo mercato delle vacche nel quale vince chi ha più capitali da spendere. Adducendo la necessità di un ammodernamento del sistema politico la sinistra si è fatta irretire in questo processo di “privatizzazione del consenso” e ne paga le conseguenze più gravi, senza chiedersi come rimediare ai tanti errori commessi; senza porsi il problema di come ricostruire un’etica pubblica di una società ormai priva di valori, di idealità, di sogni, distrutta da un regime che ha chiamato a raccolta la parte peggiore del paese; senza pensare a quella categoria della totalità di cui parlavano i giovani del lontano Sessantotto.

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