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“Sono indietro con il programma!!” 
“Ragazzi dobbiamo finire il programma!!” 
Puntuali come la primavera al profilarsi all’orizzonte degli esami conclusivi, ritornano gli strilli preoccupati dei  professori. 
Aggiunge severa l’insegnate di diritto: “Preside, mi raccomando il rispetto dei programmi ministeriali!!” 
Lo confesso: non ho mai svolto il programma, così come da dettato ministeriale,  di letteratura italiana, anzi di nessuna delle materie che ho insegnato! 
Ogni anno ho scelto in base agli studenti che avevo in classe, tenendo conto dei loro talenti, del contesto di provenienza, dei loro sogni. 
Il discorso torna di stretta attualità pensando alla sforbiciata che la riforma per l’assetto dei licei opera in merito ai nuovi programmi di letteratura per il novecento. 
Il tutto si restringe a diciassette autori, come se la poesia e l’arte fosse quantificabile in numeri, eliminando autori come Quasimodo, Vittorini, Silone, Sciascia. 
Anch’io orfano di Sciascia, non posso fare a meno di notare leggendo i programmi, che da Roma in giù la letteratura non esisterà più.
Con buona pace dei grandi prima citati e con un’  assenza generalizzata  delle donne, ridotte solo alla presenza di Elsa Morante; in tal senso, senza chiedere deroghe al ministro, continuerò a proporre sempre i versi della Merini e le cronache americane della Pivano. 
Non mi ha mai affascinato l’idea del canone novecentesco, figuriamoci quello ministeriale, quindi lascerò sempre  spazio alle proposte dei giovani;  senza queste sorprese ad esempio, non avrei mai conosciuto autori come Jonathan Coe o Nick Hornby che all’inizio della mia carriera da insegnante ho scoperto grazie agli studenti. 
Per ultimo, non posso dimenticare dove insegno. Non si può mai appiattire la letteratura su schemi generalizzanti, una cosa è insegnare al Parini di Milano, un’altra al Telesio di Cosenza. 
Non posso parlare di poesia del novecento senza dimenticare Franco Costabile, Achille Curcio, Lorenzo Calogero; non posso esimermi dal far studiare la prosa di Repaci o Seminara, questa radice non può essere recisa da uno sterile elenco compilato in un grigio palazzo di Trastevere. 
Se manca questo legame, con chi ha raccontato la Calabria e i calabresi, i nostri ragazzi saranno sdradicati, senza identità e continueranno lontano ad essere sempre stranieri a se stessi. 
Non dimenticherò mai  di uno di loro quando lesse che La Repubblica il giorno della morte di Seminara dedicò un editoriale in ricordo dell’opera firmato….da un certo Italo Calvino (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/05/03/morto-fortunato-seminara.html). 
Allora chiedo venia mi sa tanto che continuerò a non portare a termine la missione: programma ministeriale!
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