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NEL maggio del 1984 Giuseppe Molinari, segretario provinciale della Dc potentina decise che valeva la pena lasciare una testimonianza. La ferita era ancora aperta. 

Così, con Enrico Marchese e Antonio Colasurdo, altri due storici dirigenti della Dc del capoluogo, dopo aver lavorato con gli altri del partito al progetto, mandò in tipografia un volumetto che raccoglieva il discorso fatto da Aldo Moro a Potenza e alcune testimonianze sullo statista ucciso dalle Brigate rosse. Oggi, nell’anniversario del rapimento del presidente della Democrazia cristiana, abbiamo deciso di pubblicare alcuni stralci di quel documento. 

Perché in questi giorni la tempistica ci mette del suo: la memoria torna indietro mentre si apre una nuova legislatura. Ieri, all’apertura della seduta alla Camera dei deputati, Antonio Leone, presidente pro tempore dell’assemblea, ha ricordato che l’indomani, oggi, sarebbe stato il giorno in cui Moro fu rapito. «Molti di voi non erano neanche nati», ché il parlamento uscito dalle urne solo pochi giorni fa è ringiovanito parecchio. «Molti di noi, invece, lo ricordano perfettamente». 

Lo ricordano in tanti, è vero. E lo raccontano con la sensazione ancora viva della notizia del rapimento, trasformatasi nella più atroce delle risoluzioni. Moro era stato a Potenza due anni prima, nel 1976. C’era rammarico tra i ragazzetti della giovanile Dc, ricorda in quel volume Giampaolo d’Andrea, futuro sottosegretario di Stato. «Che delusione di fronte al diniego opposto dal povero maresciallo Leonardi alla richiesta di salire sul palco del teatro Due Torri, per far corona con le bandiere bianche scudo-crociate al leader del partito, come di solito si faceva nelle occasioni più importanti». 

Il discorso di Moro a Potenza fu uno dei momenti intensi di riflessione, in una campagna elettorale, quella del 1976, in cui si prendeva atto della crisi del centro-sinistra. La distanza «di sicurezza» conservata intatta per trent’anni tra Dc e Partito comunista si era «raccorciata». 

Tra le righe, però, anche un pezzo di vita personale: il leader della Dc italiana tornava nella città in cui era stato per pochi anni da ragazzino, rincontrava l’amico Emilio Colombo, sostenuto poco prima «di fronte ad attacchi ingiusti che tendono a colpire non soltanto la sua persona, che è eminentemente nel partito, ma, attraverso la sua persona, il partito della Democrazia cristiana». 

Il contesto generale era di grande difficoltà. Moro parla dal palco del teatro cittadino. «Io credo – dice in quell’occasione – sia in prima linea doveroso rivelare la estrema delicatezza di questa prova elettorale. Abbiamo parlato tante volte, nel corso di questi anni, di difficoltà da affrontare e superare nel corso delle competizioni elettorali e voi non ve ne stupite, perchè vi abbiamo sempre dato ragione di queste difficoltà, perché ci è accaduto di definire la democrazia italia come una democrazia difficile; qualcuno dice speciale, e forse è anche vero. Comunque io preferisco dire difficile, cioé una democrazia nella quale non vi è una completa omogeneità nei principi, nei valori riconosciuti dalle forze politiche in competizione». 

Ecco perchè quelle del 1976 sono elezioni in cui «non si discute, come nel mondo anglosassone soltanto di programmi, i quali hanno pure una loro importanza, ma non toccano il sistema politico; si discute invece appunto di principi e valori che toccano il sistema politico». 
A guardare bene, «questa è la difficoltà della situazione italiana».
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