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MORÌ il 18 aprile 2011 all’ospedale di Polistena. Due giorni prima aveva ingerito dell’acido muriatico. All’anagrafe era Santa Buccafusca, nata a Nicotera Marina il 7 febbraio del 1974. Per i suoi cari era semplicemente Tita. Madre di un bambino di appena sedici mesi. Moglie di uno dei capimafia più potenti della ‘ndrangheta calabrese, Pantaleone Mancuso detto “Luni Scarpuni”. L’aveva conosciuto nel 1989, quando lei aveva appena quindici anni. Quella dei Buccafusca era una famiglia modesta, mare e pesca. Non era fatta di criminali, ma quando ci si lega a certi ambienti la vita prende una piega sola. Vide il padre arrestato. Perse la madre proprio mentre colui che riteneva l’uomo della sua vita, assurto ormai ai vertici della malavita organizzata, veniva arrestato. Passò parecchio tempo prima che Luni uscisse di galera. L’esistenza di Tita divenne via via sempre più cupa e difficile, così un male inesorabile si portò via anche il padre e l’adorato fratello che era diventato il suo punto di riferimento. Sulla carta lei era un’imprenditrice, intestataria di conti e beni. In realtà era ormai una donna triste e sola. Così cadde in una profonda depressione che rese necessario, nel 2008, un suo doppio ricovero in ospedale, a Polistena. Giovane e bella, sfioriva giorno dopo giorno, mentre accorreva in Tribunale ad ogni udienza del promesso sposo imputato per mafia, estorsione e altro. Quando Luni uscì dal carcere si sposarono e dalla loro unione nacque un bambino. E fu proprio quella creatura a convincerla – avrebbe detto più avanti ai carabinieri, in un verbale mai interamente sottoscritto – che la sua vita doveva cambiare. 
Il marito, raccontano le ultime carte giudiziarie, tornato in libertà sarebbe stato deciso a riprendersi il territorio dei Mancuso, insidiato da nuovi gruppi mafiosi emergenti che intendevano scalzare il clan di Limbadi e Nicotera, egemone su tutto il territorio vibonese, ma diviso al suo interno da rancori, gelosie e veleni. E forse non fu un caso che Tita, con in braccio il suo bambino, chiese riparo alla Stazione carabinieri di Nicotera Marina, il 14 febbraio del 2011. Due giorni prima, a San Calogero, era stato assassinato il supernarcos Vincenzo Barbieri, il re della cocaina importata dai cartelli sudamericani, colui che aveva costruito un impero tra la Calabria, Bologna e San Marino. 
Disse Tita ai carabinieri: «Si ammazzano come cani… Mettete dei posti di blocco dappertutto… Andate a casa e prendete il Pc prima che sparisce…». Intendeva collaborare e chiedere protezione con la giustizia. Il suo computer non si sa se qualcuno sia andato a prenderlo, ma le sue prime parole, allora, furono drammaticamente profetiche, perché nel Vibonese, in un modo o nell’altro, da allora in avanti si scatenò una carneficina. 
In poche ore si mobilitarono tutti i reparti dell’Arma, furono allertate la Procura generale di Catanzaro, la Direzione distrettuale antimafia e la Procura di Vibo. Era un fatto epocale, d’altronde per i Mancuso è sempre stato un vanto non aver mai avuto «pentiti in famiglia» e in quel momento una donna, la moglie di un pezzo da novanta, che ripudiava la ‘ndrangheta e la violenza per dare un futuro migliore al suo piccolo e a se stessa, poteva mettere in ginocchio un impero criminale. Tita, nel suo atto di ribellione, andò oltre e davanti ai carabinieri telefonò al marito, a cui disse che non si sarebbero più rivisti, che lei collaborava con la giustizia e che lui doveva fare altrettanto. Tita non firmò, però, il verbale. Era stanca, stremata, non aveva neppure assunto il farmaco che giornalmente la sosteneva nella lotta disperata contro un’esistenza che non le apparteneva più. Chiese e ottenne di poter trascorrere la notte fuori provincia e così i carabinieri si presero cura di lei, trasferendola assieme al bambino nel Comando provinciale di Catanzaro. Le fu assicurata l’assistenza di un medico e di una psichiatra, mentre il bambino fu amorevolmente accudito, alimentato e curato in ogni sua esigenza.
Il giorno dopo, al risveglio, Tita era più consapevole, era pronta a firmare, mentre l’Arma e i magistrati di Catanzaro si erano tutti radunati attorno a lei. Ci ripensò, ancora. Non era pronta. Rimase in preda ad un estenuante conflitto interiore finché un ufficiale dell’Arma non la persuase: era quella la scelta giusta, per vivere e veder crescere il suo bambino lontano dal male. Disse di sì, e quindi furono avvisati i magistrati che s’erano riuniti in casa del procuratore Vincenzo Antonio Lombardo e che stavano studiando le soluzioni possibili: se non avesse firmato per entrare nel programma speciale di protezione, Tita o sarebbe tornata dalla famiglia o sarebbe stata accompagnata in una struttura di assistenza sociale. Gli altri ufficiali dell’Arma rientrarono in fretta in caserma e le diedero il verbale. Due pagine: lasciò a metà la firma sulla prima, non vergò la seconda. Il conflitto interiore era sempre più violento. Un ufficiale del Ros, a quel punto, in modo «chiaro e fermo» – si legge in una relazione alla Dda – la invitò a compiere una scelta perché in caso contrario avrebbe dovuto lasciare quel presidio dell’Arma, non essendoci i presupposti per il programma di protezione. Tita chiese quindi di parlare con la sorella. Una telefonata dai toni pacati e affettuosi, al termine della quale disse ai carabinieri: «Non firmo, non firmo proprio». 
Furono chiamati così la sorella e il cognato, che a notte ormai inoltrata arrivarono a Catanzaro per prendere Tita e riportarla a casa dal marito, Pantaleone Mancuso. Lo stesso Pantaleone Mancuso che un mese dopo, il 16 aprile, bussò ai carabinieri di Nicotera Marina spiegando che la moglie aveva ingerito acido muriatico. Morì due giorni dopo in ospedale. 

MORÌ il 18 aprile 2011 all’ospedale di Polistena. Due giorni prima aveva ingerito dell’acido muriatico. All’anagrafe era Santa Buccafusca, nata a Nicotera Marina il 7 febbraio del 1974. Per i suoi cari era semplicemente Tita. Madre di un bambino di appena sedici mesi. Moglie di uno dei capimafia più potenti della ‘ndrangheta calabrese, Pantaleone Mancuso detto “Luni Scarpuni”. L’aveva conosciuto nel 1989, quando lei aveva appena quindici anni. Quella dei Buccafusca era una famiglia modesta, mare e pesca. Non era fatta di criminali, ma quando ci si lega a certi ambienti la vita prende una piega sola. Vide il padre arrestato. Perse la madre proprio mentre colui che riteneva l’uomo della sua vita, assurto ormai ai vertici della malavita organizzata, veniva arrestato. Passò parecchio tempo prima che Luni uscisse di galera. L’esistenza di Tita divenne via via sempre più cupa e difficile, così un male inesorabile si portò via anche il padre e l’adorato fratello che era diventato il suo punto di riferimento. Sulla carta lei era un’imprenditrice, intestataria di conti e beni. In realtà era ormai una donna triste e sola. 

Così cadde in una profonda depressione che rese necessario, nel 2008, un suo doppio ricovero in ospedale, a Polistena. Giovane e bella, sfioriva giorno dopo giorno, mentre accorreva in Tribunale ad ogni udienza del promesso sposo imputato per mafia, estorsione e altro. Quando Luni uscì dal carcere si sposarono e dalla loro unione nacque un bambino. E fu proprio quella creatura a convincerla – avrebbe detto più avanti ai carabinieri, in un verbale mai interamente sottoscritto – che la sua vita doveva cambiare. Il marito, raccontano le ultime carte giudiziarie, tornato in libertà sarebbe stato deciso a riprendersi il territorio dei Mancuso, insidiato da nuovi gruppi mafiosi emergenti che intendevano scalzare il clan di Limbadi e Nicotera, egemone su tutto il territorio vibonese, ma diviso al suo interno da rancori, gelosie e veleni. E forse non fu un caso che Tita, con in braccio il suo bambino, chiese riparo alla Stazione carabinieri di Nicotera Marina, il 14 febbraio del 2011. D

ue giorni prima, a San Calogero, era stato assassinato il supernarcos Vincenzo Barbieri, il re della cocaina importata dai cartelli sudamericani, colui che aveva costruito un impero tra la Calabria, Bologna e San Marino. Disse Tita ai carabinieri: «Si ammazzano come cani… Mettete dei posti di blocco dappertutto… Andate a casa e prendete il Pc prima che sparisce…». Intendeva collaborare e chiedere protezione con la giustizia. Il suo computer non si sa se qualcuno sia andato a prenderlo, ma le sue prime parole, allora, furono drammaticamente profetiche, perché nel Vibonese, in un modo o nell’altro, da allora in avanti si scatenò una carneficina. In poche ore si mobilitarono tutti i reparti dell’Arma, furono allertate la Procura generale di Catanzaro, la Direzione distrettuale antimafia e la Procura di Vibo. Era un fatto epocale, d’altronde per i Mancuso è sempre stato un vanto non aver mai avuto «pentiti in famiglia» e in quel momento una donna, la moglie di un pezzo da novanta, che ripudiava la ‘ndrangheta e la violenza per dare un futuro migliore al suo piccolo e a se stessa, poteva mettere in ginocchio un impero criminale. 

Tita, nel suo atto di ribellione, andò oltre e davanti ai carabinieri telefonò al marito, a cui disse che non si sarebbero più rivisti, che lei collaborava con la giustizia e che lui doveva fare altrettanto. Tita non firmò, però, il verbale. Era stanca, stremata, non aveva neppure assunto il farmaco che giornalmente la sosteneva nella lotta disperata contro un’esistenza che non le apparteneva più. Chiese e ottenne di poter trascorrere la notte fuori provincia e così i carabinieri si presero cura di lei, trasferendola assieme al bambino nel Comando provinciale di Catanzaro. Le fu assicurata l’assistenza di un medico e di una psichiatra, mentre il bambino fu amorevolmente accudito, alimentato e curato in ogni sua esigenza.Il giorno dopo, al risveglio, Tita era più consapevole, era pronta a firmare, mentre l’Arma e i magistrati di Catanzaro si erano tutti radunati attorno a lei. Ci ripensò, ancora. Non era pronta. 

Rimase in preda ad un estenuante conflitto interiore finché un ufficiale dell’Arma non la persuase: era quella la scelta giusta, per vivere e veder crescere il suo bambino lontano dal male. Disse di sì, e quindi furono avvisati i magistrati che s’erano riuniti in casa del procuratore Vincenzo Antonio Lombardo e che stavano studiando le soluzioni possibili: se non avesse firmato per entrare nel programma speciale di protezione, Tita o sarebbe tornata dalla famiglia o sarebbe stata accompagnata in una struttura di assistenza sociale. Gli altri ufficiali dell’Arma rientrarono in fretta in caserma e le diedero il verbale. Due pagine: lasciò a metà la firma sulla prima, non vergò la seconda. Il conflitto interiore era sempre più violento. Un ufficiale del Ros, a quel punto, in modo «chiaro e fermo» – si legge in una relazione alla Dda – la invitò a compiere una scelta perché in caso contrario avrebbe dovuto lasciare quel presidio dell’Arma, non essendoci i presupposti per il programma di protezione. Tita chiese quindi di parlare con la sorella. Una telefonata dai toni pacati e affettuosi, al termine della quale disse ai carabinieri: «Non firmo, non firmo proprio». Furono chiamati così la sorella e il cognato, che a notte ormai inoltrata arrivarono a Catanzaro per prendere Tita e riportarla a casa dal marito, Pantaleone Mancuso. Lo stesso Pantaleone Mancuso che un mese dopo, il 16 aprile, bussò ai carabinieri di Nicotera Marina spiegando che la moglie aveva ingerito acido muriatico. Morì due giorni dopo in ospedale. 

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