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CATANZARO – Un processo indiziario, in cui mancherebbe qualsivoglia prova concreta della colpevolezza dell’imputato. Su questo si sono basate le arringhe difensive pronunciate nell’interesse di Alfredo Trapasso, catanzarese di 31 anni, finito in manette per l’omicidio di Antonio Aloi, l’operaio 39enne ucciso con quattro colpi di pistola e poi dato alle fiamme all’interno di un casolare di Simeri Crichi (Catanzaro), dove venne ritrovato semicarbonizzato la sera di domenica 19 settembre 2010. Gli avvocati che difendono l’imputato, Nicola Cantafora e Luigi Falcone, hanno parlato oggi davanti alla Corte d’assise d’appello di Catanzaro, chiedendo che Trapasso venga assolto. Cantafora ha insistito a lungo sulla mancanza di elementi che provino non solo la colpevolezza del 31enne, ma anche che lo stesso delitto sia stato portato a termine con premeditazione. E per l’assoluzione dell’imputato si è battuto anche l’avvocato Falcone che, nonostante la chiusura del dibattimento, ha invitato la Corte a fare effettuare nuove verifiche sulle fotografie tratte dal video delle telecamere di videosorveglianza installate nella zona di Siano, a Catanzaro, che gli investigatori hanno utilizzato per dimostrare il passaggio su quelle strade, negli orari interessati dai fatti, dell’automobile condotta da Trapasso con a bordo anche la vittima. L’avvocato Falcone, però, ha sostenuto che il passeggero ripreso nel video indossa una maglietta che sarebbe diversa da quella trovata addosso al cadavere di Aloi, ed inoltre che negli orari cruciali attraverso le celle telefoniche si possa localizzare il cellulare di Trapasso in una zona molto più a nord rispetto al luogo in cui sono posizionate le telecamere i cui video sono stati utilizzati dai carabinieri. Sull’istanza di un’ulteriore verifica delle foto la Corte deciderà all’udienza del 13 giugno. Se i giudici la respingeranno, procederanno con la sentenza. Si è conclusa lo scorso 23 aprile, invece, la requisitoria del pubblico ministero, Paolo Petrolo, che ha chiesto per Trapasso una condanna a 30 anni di reclusione. Anche i legali di parte civile hanno insistito per la condanna dell’uomo. Secondo quanto ricostruito dalla pubblica accusa sarebbe stato Trapasso a portare Aloi nel casolare incriminato, dove poi lo avrebbe ucciso con una calibro 7,65 e dato alle fiamme che però non hanno distrutto completamente il corpo, nè il telefono cellulare della vittima, rinvenuto vicino al cadavere. Una settimana dopo il delitto, i carabinieri della Compagnia di Sellia Marina e del Reparto operativo provinciale di Catanzaro hanno individuato proprio Trapasso come il presunto assassino, ipotizzando che abbia agito per via di un regolamento di conti con la vittima, e che su disposizione del sostituto procuratore Petrolo fu sottoposto a fermo di indiziato di delitto. L’imputato, tra le altre cose, presentava sul corpo delle ustioni secondo gli investigatori compatibili con l’accensione delle fiamme che dovevano distruggere le prove del delitto nel casolare di Simeri. Trapasso, per parte sua, rispondendo alle domande del giudice per le indagini preliminari che convalidò il fermo e dispose a suo carico la custodia cautelare in carcere – confermata dal tribunale del riesame il 4 novembre 2010 -, ammise di aver visto Aloi il giorno dell’omicidio, ma raccontò di essersi separato da lui molto prima dell’ora della morte, negando di aver avuto a che fare con quel brutale delitto.

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