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di LIDIA PICCOLI
Quando Heidegger parlò di cura, distinguendo la cura per l’altro, per colui che si pone davanti a noi come diverso e uguale, quale atto che può svolgersi muovendo verso due diverse finalità, il filosofo sicuramente cercava di smuovere le coscienze. Smuoverle per proteggerle da chi, falsamente, le usa ammantandosi di un buonismo suadente ma ormai poco convincente. Demodé, oserei dire. Perché, si sa, anche gli atteggiamenti si storicizzano e dopo esser diventati abiti veritieri per pochi, divengono stracci se indossati quando le condizioni e i tempi mutano o quando a indossarli sono personaggi diversi e guidati da motivazioni diverse. Prendersi cura dell’altro, nel suo autentico significato, come il filosofo insegna, ci pone in un atteggiamento fuorviante da qualsiasi manipolazione. In questa eccezione, il prendersi cura assume il significato di far assumere all’altro le proprie cure, rendendolo cosciente del suo progetto. Quel progetto necessario per scegliere, scegliendo scientemente e consapevolmente se stessi. Se il filosofo parla ancora, lo fa in un contesto che si dovrebbe prestare e aprirsi all’ascolto. La scuola. Ma in essa le aule sembrano ormai apparati vuoti. La magnificenza dei linguaggi filosofici, storici, letterari viene, infatti, soltanto proferita verbalmente ma occultata sapientemente nell’azione didattica, dove si assiste a uno sterile lancio di parole. Parole senza parola, senza suoni. Perché i suoni divengono altri, non la formazione integrale dell’individuo ma il proprio tornaconto personale. E così si assiste alla diatriba tra intenti diversi, tutti tesi però verso quella sorta di buonismo che prevede il supplizio per alcuni e la santificazione per altri. Così la scuola snatura il suo compito per seguire i diktat psicologici. Una buona schiera di educatori, che niente conosce di psicologia, si erge a difensore dei deboli, elargendo promozioni. Ed è così che all’educare viene sostituito l’assistere, e a una didattica pensata per rispondere alle diverse specificità dei ragazzi si risponde con una didattica facilitata per non creare traumi e difficoltà agli alunni. In tal modo si è realizzata una scuola insipida e poco interessante che non sa rispondere a nessuna domanda né relazionale né di contenuto. Una scuola di tacita connivenza tra vari interessi. Mantenimento di classi, pacificazioni con se stessi per la fatica che crea una corretta azione educativa. La schiera dei nuovi “psicologi scolastici” non ha mai fatto suo un vero programma di risanamento del problema. Il farmaco usato si è ridotto a una insipiente sanatoria che invece di intervenire responsabilmente ha preferito tacitare attraverso una promozione di compromesso. Da qui è iniziato l’equivoco, combattere il malessere sociale che in molti ragazzi si ripercuote come malessere scolastico, non significa mettere la scuola in scacco in nome di una fantomatica psicologia lasciata in mano ai più. Psicologia depotenziata, impoverita nei suoi contenuti che, usata a suon di battute apocalittiche nelle scuole, ha determinato, nelle stesse un nocivo e irreversibile processo di depotenziamento. Se la scuola serviva un tempo a fornire conoscenze, a tracciare significati nei quali il ragazzo poteva muoversi per scoprire altre dimensioni, le sue, oggi anche quella sua specificità è venuta meno. La parola d’ordine sembra essere diventata: “meno conoscenze più competenze”. Quasi come se conoscenze e competenze facessero a pugni. La conoscenza non la si è più pensata come fondante della relazione educativa. Anzi, sembra essere diventata un accessorio richiesto a quei ragazzi che devono scontare la pena di non vivere determinati malesseri. Gli unici a dover pagare il prezzo della bocciatura perché sembrerebbe che con loro la vita sia stata già prodiga. Ripensare l’universo scuola diventa oggi più che mai necessario per una miriade di motivi riducibili, in ultima analisi, a quello fondante. La scuola deve aiutare il giovane, nel rispetto delle diversità caratteriali, motivazionali, a reggere il peso della vita e non può assolvere questo compito se diventa molliccia e inconcludente. Se è vero che non è la scuola che deve selezionare, ma la vita, è altrettanto vero che la scuola deve aiutare ad acquisire quella “struttura” che consenta all’alunno-studente di porsi e di interagire con competenza nella comunità. La scuola può e deve essere una palestra veritiera per affrontare la vita con coscienza e con consapevolezza. Certo: la scuola va rifatta, va migliorata ma, nell’attesa, come aiutiamo i nostri ragazzi a non perdersi nell’inutile buonismo che li circonda? Come li aiutiamo ad affrontare la realtà, qualunque essa sia. La bocciatura è una modalità valutativa importante dell’atteggiamento dell’alunno-studente di fronte all’impegno scolastico. Fermare per sostenere, aiutare, motivare al successo richiede grande fatica, è più facile promuovere, con gli alibi del caso. Bene, se non ci fosse poi la vita. Il giudizio che viene dato sul ragazzo è giudizio che riguarda la sua responsabilità. Pertanto non è assolutamente vero che ogni bocciatura debba essere intesa come un fallimento, essa, se giustamente motivata, può indurre verso un’assunzione di responsabilità. Verso quella cura che ognuno di noi dovrebbe impiegare nel suo vivere quotidiano senza lasciare ad altri la gratificazione, falsamente cristiana, di aver buttato uno spicciolo nella nostra mano. Le azioni buone sono altre e non si muovono nei vecchi paradigmi della commiserazione che pietrifica le coscienze in una sorta di immobilismo da redenzione.

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