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Di LUIGI M. LOMBARDI SATRIANI
C’è un’ impresa, un settore produttivo, che chiude il proprio bilancio con un enorme attivo, realizzando così utili giganteschi. In epoca di crisi, quale quella che stiamo patendo e che è destinata ad aggravarsi nonostante le rassicuranti e irresponsabili dichiarazioni del premier, sembrerebbe, questa, una notizia di cui rallegrarsi, senza se e senza ma. Soltanto che prima di esultare occorre vedere quale sia l’impresa, il settore produttivo che realizza questo enorme profitto. Si tratta della mafia e, come risulta da numerose analisi sviluppate nel tempo, il suo fatturato realizza somme enormi, sia quando sono state calcolate in lire che, in questi ultimi anni, in euro. Già nei primi anni novanta il settimanale Il Mondo censì seicento cosche mafiose tra la Sicilia, la Campania e la Calabria, e accreditò loro un fatturato di cinquantamila miliardi, più o meno pari a quello della Fiat, altri settantamila erano sparsi in ulteriori settori dell’industria del crimine. Rosario Crocetta, animatore della rivista Progetto Gela e di una serie di iniziative a favore dei minori a rischio, ha dichiarato a Enrico Deaglio: «In Sicilia ci sono 500mila imprese iscritte alla Camera di Commercio. C’è un 25 per cento di mortalità aziendale e il restante 70 per cento paga il pizzo. Diciamo 500 euro al mese di media. Si arriva a più di un miliardo e mezzo di euro l’anno. Soldi liquidi, che si moltiplicano con l’usura. Servono in parte per mantenere la struttura e poi prendono la via del Centro Nord. Vanno in case, negozi e quant’altro, vanno a Pavia, a Milano, a Busto Arsizio. E, da vecchio meridionalista, noto che ancora una volta il Sud viene depredato». Numerosissimi altri dati e tratti significativi sono riportati, oltre a questi già citati, nell’ottimo volume di Enrico Deaglio “Il raccolto rosso – 1982-2010 – Cronaca di una guerra di mafia e delle sue tristissime conseguenze” (Milano, Il Saggiatore, 2010). L’autore, cui dobbiamo la fondazione del Diario, libri e film-inchiesta di grande rigore e impegno civile, nota con amarezza e disincanto sia la stagione delle grandi speranze per una guerra alla mafia che sembrava potesse essere vinta, sia un “secondo tempo” dalle «tristissime e inaspettate conseguenze di quella guerra. Inganni spudorati, grossi patrimoni economici da mettere al riparo, patti segreti tra i vertici degli eserciti solo apparentemente nemici, un tormento televisivo continuo – una specie di interminabile pranzo di gala, servito in mezzo ai resti delle vittime – hanno plasmato l’Italia di oggi, in cui le mafie sono ufficialmente entrate a far parte del nostro establishment». È bene ricordare tutto questo a distanza di due giorni dall’anniversario della strage di Capaci, in occasione del quale si sono dispiegate l’esigenza profonda di tanti giovani di una decisiva lotta alla mafia, alcune voci responsabili e preoccupate e, insieme, tanta retorica ufficiale, tanta diplomatica reticenza, tante demagogiche affermazioni. Tra i segnali di allarme le dichiarazioni di Piero Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia, che ha posto in risalto come la mafia sia oggi sempre più viva, rigogliosa e potente. L’esaltazione del profitto quale valore assoluto e il disprezzo governativo per la cultura sono aspetti strettamente correlati. Altri settori economico-sociali, rispetto a quelli qui ricordati, non presentano voci formalmente “in attivo”, ma costituiscono i pilastri del nostro vivere civile, della nostra qualità della vita. Ad esempio, ma è esempio particolarmente significativo, l’Italia spende per la cultura un sesto dello stanziamento per questo settore della Francia. Se si pensa che nel nostro Paese sono situati oltre il 50% (altri dicono il 60% o il 70%, tanto quando si tratta di dare i numeri nessuno teme di essere inattendibile) del patrimonio storico-artistico dell’Umanità, ci sarebbe di che preoccuparsi. E dovrebbe farlo istituzionalmente il ministro Bondi che però più che colpito dai pezzi che cadono dal Colosseo (per fortuna, in maniera minima) è troppo preso dal suo ruolo di accigliato censore cinematografico per occuparsi di una cultura che non sia quella da lui prediletta, la cultura dell’assoluta subalternità al Padrone e quindi pronta a indignarsi per qualsiasi voce artistica, letteraria, intellettuale che non partecipi al coro osannante il premier che vigila paternamente su noi e sul nostro futuro. Chi si permette di avere qualche dubbio in proposito e lo esprime danneggia la Patria, è un anti italiano e dovrebbe tacere, per vergogna se non gli riesce di farlo per patriottismo. Il gesto del ministro Bondi che “infligge” al Festival di Cannes la sua assenza istituzionale perché irritato dalla denuncia di Draquila di Sabina Guzzanti è emblematico e segue di poco l’anatema di Berlusconi che ha additato al pubblico disprezzo Saviano perché “parla male dell’Italia”, solo perché denuncia con rigore e passione le nefandezze della camorra. Il politico quanto più è, o si ritiene, dotato di potere assoluto non può tollerare limiti all’esercizio del suo dominio in qualsiasi ambito egli ritenga di esercitarlo. Di tutto ciò abbiamo significativi esempi nell’immediato passato. In un epoca segnata dalla tragedia e dall’orrore venne ripetuta l’espressione del gerarca nazista che quando sentiva parlare di cultura metteva mano alla rivoltella; a distanza di anni Luchino Visconti di “Rocco e i suoi fratelli” al festival di Venezia venne giudicato negativamente perché dava una proiezione internazionale ai mali interni del nostro Paese, mentre, come venne detto con soave perfidia democristiana, “i panni sporchi si lavano in famiglia”; successivamente in maniera certamente più ridicola, Scelba proclamò il suo disprezzo per il culturame, seguito da un Craxi decisionista che trovava insopportabili e rompicoglioni gli intellettuali, come del resto tali vennero essi ritenuti già dal primo Berlusconi, che pur si impegnò, sin dalla sua prima “discesa in campo”, in una campagna acquisti di intellettuali e persone note che potessero costituire una squadra e, essenzialmente, una corte di “suoi” tecnici subalterni, cui imporre decisioni e ordini. Tale disprezzo per la cultura, l’enfatizzazione della positività del profitto comunque perseguito, la proclamazione demagogica di una lotta alla mafia di fatto inoperosa sul piano delle iniziative concrete, l’assunzione quale obiettivo prioritario della propria impunità, costi quel che costi, da parte dei più potenti tra i potenti, il bavaglio alla stampa, più o meno rozzamente mascherato da alte motivazioni, sembrano tratti diversissimi, accomunati soltanto dal segnare decisivamente la nostra quotidianità e il nostro attuale dibattito politico. Eppure, a ben vedere, sono tratti internamente collegati e frutto di una specifica, coerente visione politica, di una cultura a essa omogenea. La mafia fa profitto; la cultura, almeno istituzionalmente, non crea sempre profitto, ma ha fini diversi e risultati di medio e lungo periodo sia sul piano economico che su quello della coesione socio-culturale. Siamo disposti a dire, in nome del profitto, che vogliamo sempre più mafia e sempre meno cultura?

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