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di MICHELE RUSSOMANNO
ROMA – Si chiama “Abort/Reset” lo spettacolo di Antonio Nobili che, dopo le date di Ripi (in provincia di Frosinone), fa già registrare il tutto esaurito alla Sala Orfeo del “Teatro dell’Orologio”, a Roma.
Nella Capitale lo spettacolo, nel cui cast figura l’attore lucano Raffaele Risoli, andrà in scena oggi. Sipario previsto per le 18,30.
Proprio con Risoli, natali svizzeri da genitori lucani ma giovinezza trascorsa in quel di Villa d’Agri, a sud del capoluogo Potenza, abbiamo parlato di “Abort/Reset”, della sua giovanissima e promettente carriera attoriale e della Lucania, che resta nel suo cuore di emigrato “al quadrato”.
Prima di addentrarci nei contenuti di questa chiacchierata, tuttavia, diamo conto del cast completo della pièce di Nobili (regista – attore televisivo e cinematografico, oltre che teatrale) di cui fanno parte anche Francesca Camilla D’Amico, Alessio Chiodini, Eithel Di Tondo e Domenico Tiburzi.
Raffaele, trent’anni trascorsi ad immaginare il teatro prima di buttarsi nella mischia, è l’esempio di come il talento naturale non si perda col trascorrere del tempo.
«Ho cominciato a studiarlo da poco il teatro -ci dice – ma credo di essere stato attore fin da bambino. Ora mi dicono che ho del talento – aggiunge – e per questo ho deciso di continuare».
Non è comunque alla sua prima esperienza di palcoscenico Risoli che, sempre per la regia di Antonio Nobili, ha partecipato alla “Città dolente”: rilettura teatrale della “Commedia” dantesca.
Scuola professionale a Villa d’Agri e laurea in Antropologia a Perugia, di questo suo secondo impegno con la “Compagnia Teatro senza tempo” Raffaele racconta: «è uno spettacolo multimediale in cui il teatro si fonde con la musica, la danza, elementi di scultura e proiezioni di graphic art».
Fulcro della storia “recitata” in palcoscenico, sullo sfondo d’una scenografia essenziale, è la scelta difficile di una donna impegnata da un dilemma amletico che, invece dell’essere – non essere, riguarda il “partorire o l’abortire”.
In questo contesto Risoli recita la parte di un chirurgo abortista. Una figura a metà strada tra un uomo in carne ed ossa ed una proiezione della fantasia della donna assalita dal dilemma.
«Ho il compito di violentare lo spettatore», spiega l’attore di Villa d’Agri che aggiunge: «sono una specie di chirurgo divino che gioca con la morte prediligendola alla vita. Un vero e proprio filosofo della morte».
Ma se di “Abort/Reset” è stato scritto che “è uno spettacolo a tinte forti, originale ed anticonvenzionale”, Risoli ci tiene a precisare «tratta una tematica complessa (l’aborto ndr) senza voler prendere una posizione. Facendo riflettere, ridere, sfogarsi ed emozionarsi intorno a questo argomento».
Uno spettacolo crudo e realistico, insomma, con l’obiettivo di trascinare lo spettatore nella mente d’una donna gravida, sola, angosciata e combattuta tra l’idea di abortire e la volontà di non farlo. Una sorta di «dramma sociale -racconta Risoli- frutto del lavoro geniale di NobilI e parente stretto, a sua volta, del grande teatro antropologico di Eugenio Barba».
Lo spettacolo che dopo Frosinone e Roma dovrebbe, nei mesi a venire, oltrepassare i confini laziali potrebbe approdare anche in Basilicata con la quale Risoli conserva un viscerale rapporto d’amore e odio: «amo questa terra e i suoi paesaggi -sottolinea in proposito – odio, in un certo senso, la sua popolazione di cui sono parte. Odio questo voler continuare ad essere fuori dalla storia nonostante le enormi possibilità di sviluppo che la Basilicata offrirebbe. Continuiamo a rievocare il brigantaggio -aggiunge – ma non ci riesce neanche di ritrovare quella forza Ottocentesca che potrebbe unirci e far convergere gli sforzi verso uno sviluppo improcrastinabile. Preferiamo aspettare. Siamo un popolo strano: attendista ed arrivista nello stesso tempo».
E dal punto di vista artistico? Come si percepisce da Roma la Basilicata? «Un’area dalle grandi potenzialità anche su questo versante, con un Capoluogo (Potenza ndr) dove in anni recenti è stato dato particolare risalto alla cultura. Quel che manca alla Basilicata delle arti – conclude – è una rete capace di coordinare i molti sforzi verso un unico obiettivo».

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