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di FRANCO CIMINO
Pollica è un paese bellissimo. Le tante immagini che le Tv hanno trasmesso in questi giorni dolenti, ci danno l’idea di quanto bella sia l’Italia. Soprattutto nella sua parte più dimenticata o non pubblicizzata. Un mare chiaro, un porto delicato, piazzetta antica e viuzze che salgono dolcemente verso il cielo. Per consentire al visitatore e a chi vi abita, di fermarsi e volgere lo sguardo in giù. Verso quel mare che da lì generosamente si offre quale distesa di variopinti colori, che ti entrano nell’animo per acquietarlo. Tutto questo quadro, di fine arte “pittorica”, ha voluto difendere coraggiosamente Angelo Vassallo. E’, questo, il dovere di ogni sindaco. Cos’altro dovrebbe fare un amministratore se non tutelare il bene che è suo. Doppiamente suo, proprio perché non gli appartiene. Quel bene è della gente. Di quella che vi abita o vi è nata. Ma anche di tutta quella che, da Canicattì ad Aosta, da Roma a Bogotà, può usufruirne. Anche con il semplice sguardo su una cartolina. Perché il mondo, la natura, la bellezza, sono di tutti. A questa idea si contrappone quella delle mafie, che pretendono, la bellezza e la natura, di possederle per sé, piegandole agli interessi abietti. L’idea barbara, primitiva, che la forza possa imporsi sulla bellezza, la tracotanza sulla natura, la violenza dell’uomo sulla generosità di Dio. E, ancora, che un uomo ignorante, volgare e brutto, e una banda di criminali che vi si assoggetta, possa dominare sugli altri uomini, limitarne la loro libertà, conculcarne il loro diritto di scegliere dove vivere e come vivere. Da chi farsi governare e come farsi governare. La libertà soprattutto di decidere come inserire l’interesse particolare, legittimo e positivo, dentro l’interesse generale. Come inserirlo dentro quel campo straordinario che è la politica, il luogo in cui il particolare si unisce al generale e la somma dei particolari si ritrova nella sintesi del bene comune. Questa mafia, e la sua cultura di dominio, non si trova esclusivamente nella mafia, ma dentro le varie “mafie” che si aggirano nel paese a volte in maniera visibile, quando occupa con la subcultura del predominio e dell’arroganza parte della politica e dei partiti. Altre volte, invece, nel sottobosco dell’Italia, dove trova buona compagnia in quei settori invisibili. Che non hanno mai nome. E che picchiano duro quando tramano contro la democrazia. Che è primariamente lo strumento attraverso il quale la società difende se stessa. Ed essa, come forza unitaria, difende la bellezza del Paese. Il barbaro assassinio del sindaco-pescatore è il regalo che la mafia tradizionale, classica, sempre dotata del suo esercito armato, ha fatto a se stessa e a tutte le altre “mafie”. Colpendo al petto il sindaco di Pollica, ha colpito al cuore l’Italia. Dico il cuore, perché i sindaci rappresentano non solo il punto più vicino alla gente, ma la nuova trincea nella guerra contro la violenza e le forze antidemocratiche. Colpirne uno, secondo la propaganda del terrorismo, significa colpirne cento. La platealità dell’uccisione dentro una tecnica vecchia è un segnale rivolto a tutti i sindaci e amministratori. La finalità è duplice: togliere di mezzo un nemico pericoloso, il combattente tenace, e insieme dissuadere tutti gli altri. Quelle pallottole tradotte in parole vogliono dire: “non provateci a cambiare, a ribellarvi, non vi conviene”. La risposta a questa affermazione non deve più trovarsi nell’eroismo dell’eroe solitario. La risposta deve essere democratica. Perché autenticamente lo sia, è necessario che la gente si raccolga intorno ai suoi amministratori. Di più: partecipi alla vita amministrativa, vigilando sugli eletti affinché il suo occhio attento li scoraggi dall’abbandonare la strada del bene per intraprendere quella dell’affarismo e della corruzione. La prima difesa dei sindaci, dunque, sono i cittadini, guardiani dei loro beni e del proprio diritto alla civile convivenza. L’altra difesa la deve esercitare lo Stato. Negli ultimi dieci anni le nostre strade sono state riempite di scorte per centinaia di uomini politici. Non tutti ne avevano bisogno. Telefonate e letterine, pervenute anche a persone note per la loro debolezza morale e infedeltà alle istituzioni, hanno spostato migliaia di tutori dell’ordine dalla sicurezza nazionale alla protezione di quelle persone. Per molti è diventato quasi uno status simbol, utile anche per accrescere immeritatamente il proprio credito dinanzi alla pubblica opinione. Se si fosse fatta più attenzione e applicato rigore su questo terreno, gran parte di quella forza avrebbe potuto essere spostata verso taluni sindaci. I quali sono in pericolo proprio perché non ricevono lettere e letterine che la mafia, puntando decisamente sull’effetto sorpresa, non ha interesse a inviare. Non ci vogliono i servizi segreti israeliani per sapere chi rischia la vita in Italia. Basta conoscere il territorio amministrato per capire su quale si concentrano gli interessi dei violenti e le minacce agli amministratori. Le Prefetture, le Questure, i Comandi delle varie forze dell’ordine, e su tutti il ministero dell’Interno, devono garantire, nei modi e nelle forme più consone, non solo l’incolumità degli amministratori più esposti , ma anche la certezza che in quei territori la politica può svolgere tranquillamente il proprio lavoro. E’ molto? Forse è ancora poco. Intanto, si avvii un percorso nuovo. L’unico lungo il quale la memoria di Vassallo si possa trasformare in monito. In insegnamento. In contagio del bene.

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