Tempo di lettura 4 Minuti

di FRANCO CIMINO
Berlusconi non è malato. Neppure un depravato. Non è forse neanche un gaudente, che ama la vita e le belle donne, come ama definirsi. Ciascuna di queste classificazioni otterrebbe comprensione, attenzione, simpatia. Probabilmente, clemenza. Berlusconi, invece, soffre della sindrome del potere. Se è una malattia, l’ha contratta da bambino. Essa è preceduta da un difetto congenito: l’elefantiasi del sé. Il gigantismo dell’io. L’opposto del nanismo. A volte si nasce con questo difetto. Il presidente del Consiglio è cresciuto con questi due elementi in corpo. Immagino che sia avvenuto quanto segue: un giorno il piccolissimo Silvio sfugge alle braccia amorevoli della mamma e incontra uno specchio. Tutti i bambini reagiscono dinanzi alla propria immagine riflessa con paura e sorpresa. Lui no. Si piace, si vede grande e pensa di essere un gigante. Così pensa subito a cosa farà da grande. Le prime sue parole saranno state :«Voglio conquistare il mondo». Non avrà detto «voglio essere ricco», ma potente, sebbene la prima condizione ne costituisca il fondamento. La potenza, dunque, per imporsi sugli altri, distinguendosi da essi per la sua grandezza. Potenza per conquistare più cose. Le cose, non per sbaglio si chiamano così. Sono fatti materiali. Non hanno mente, né cuore né spirito. Sono materia. Essa si concretizza nell’oggetto. Di piccola o grande dimensione. Come un brillante da dieci carati o una casa da diecimila metri quadri. Una barca da cinquanta metri o un mare blu cielo davanti alla villa. L’uomo di potere senza il potere muore. Di più, di potere vive. Il potere ha una sua regola intrinseca, si autoalimenta. E si riproduce da sé. Non sopporta staticità, come la ricchezza che può stabilizzarsi. O cresce o decresce fino all’esaurimento. Berlusconi lo sa. E per questo, di gioielli ne compra tanti, di case ne vuole venti, e tutte sontuose e grandi. Le barche diventano tre. Le sue televisioni si fanno in quattro. Tutto si moltiplica davanti a sé. Come un re Mida trasforma tutto in oro. E’ sempre allegro e ottimista Berlusconi. Crede nel miracolo, e fa miracoli. La sua elefantiasi non si trasforma in presunzione, ma in forza reale invincibile. E’ fortunato pure. Ma qui la fortuna non aiuta gli audaci o va in soccorso al vincitore. E’ la forza connaturata alla sua potenza naturale. Potere chiama potere. Quello economico è orfano o succube , perciò timido e fragile, senza la politica. Viene naturale e spontaneo, consequenziale si direbbe, cercarlo. Anzi, andarselo a prendere. Il cavaliere fonda un partito in due giorni (Dio ne ha impiegati sette per fare altro). In un mese ha conquistato il governo del Paese. Da vent’anni, quasi, non cade mai. Scivola, si sbuccia le ginocchia. Ritorna sempre in sella. A Gesù è toccato il calvario e la croce, prima di poter risorgere. A lui, è risparmiato l’uno e l’altra, perché l’idea della morte , pur soltanto provvisoria, lo deprime. Ha tutto, ormai. Anche i nemici, che è costretto a inventarsi per la paura che tutti nutrono ad affrontarlo. I giudici complottisti, i giornali ostili, la cattiveria e l’invidia, se li è costruiti lui. Per non annoiarsi. Ovvero per sentirsi imbattibile e avere conferma della sua forza. Conquistava le donne , in gioventù e nella maturità, per sicuro fascino maschile. Ma ora che su quel versante potrebbe incrinarsi qualcosa, ha bisogno di rassicurazioni. Le trova nella collezione di belle donne. Di tutte le nazioni e razze. Di ogni età e conformazione. Per cautelarsi da qualche no, assolda eserciti di procacciatori, addobba a reggia le sue residenze, accentua la sua innata generosità, devolvendo a fanciulle poverelle tanta munificenza. La gente infiammata di perbenismo fa finta di scandalizzarsi. Molti segretamente lo approvano. Tanti vorrebbero essere al suo posto (l’ammirazione questa volta supera l’invidia). E da lì, la disputa da salotto televisivo intorno alla domanda se sia, il suo amore per le belle donne, romantico ritaglio del culto della bellezza, ovvero una rozza manifestazione della cultura maschilista. Incontinenza sessuale o dongiovannismo d’altri tempi. Si disputerà a vita su questo, senza esito alcuno. Perché il quesito non si pone. Si tratta di sindrome del potere. La donna è oggetto del potere. Qualcosa da prendere a tutti i costi. Come sempre nei tempi. E chi il potere ce l’ha se la prende. O vorrebbe prenderla, naturalmente. Secondo questa barbara concezione. In piccolo la stessa cosa avviene in altri luoghi. Anche da noi. Anche dentro di noi. Secondo quella becera cultura che non vuol morire. E per colpa non soltanto del maschilismo.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •