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Portogallo. Su questa estrema riva d’Europa succedono molte cose, e molte cose italiane. Per esempio, sta per concludersi la Festa del Cinema Italiano, festival itinerante che ha toccato le principali città del paese e sue isole (Lisbona, Porto, Évora, Faro, Funchal) e che è ormai giunto alla sua ottava edizione, riscuotendo sempre maggiore successo di pubblico. Dopodiché farà i bagagli e farà rotta sui lidi australi del mondo lusofono, Angola e Mozambico, paesi africani emergenti che, allo sviluppo economico, affiancano una notevole crescita dell’interesse per tematiche e prodotti “occidentali”, tra cui la cinematografia italiana.
Qualcuno tra i lettori forse sa già che quest’anno è stata proprio la regione Basilicata la protagonista di questa kermesse. Al nostro territorio, alla nostra cultura e alle nostre produzioni cinematografiche è stato dedicato un focus che ha permesso al pubblico in lingua portoghese di conoscerci meglio. Sulla stampa e sui social network hanno fatto capolino scatti catturati in sale gremite per accompagnare Rocco Papaleo e il suo ormai storico Coast to Coast, l’inarrivabile satira di Antonio Andrisani (e il suo strepitoso Sassiwood), e una produzione “made in Lucania” come Noi e la Giulia di Edoardo Leo.

Tutto ciò è stato possibile grazie al sostegno della Lucana Film Commission e dell’APT, in sinergia con l’Ambasciata d’Italia a Lisbona e l’Istituto Italiano di Cultura (principali patrocinatori del festival). Il risultato è stato questo: sale piene (nella settimana di Lisbona si è battuto il record di ingressi in sala – circa diecimila – rispetto alle edizioni precedenti) e l’immagine ormai a vocazione internazionale della nostra regione proiettata su una platea variegata, ricca di differenti nazionalità (per esempio, Lisbona è una delle città più scelte dagli Erasmus). Il tutto con la mediazione di una lingua – il portoghese – tra le più parlate al mondo e veicolo di incontro con altre culture, anche in altri continenti.

Il momento che forse ha suscitato maggiore entusiasmo e riflessione è stato quello in cui la cultura lucana e quella lusitana si sono incontrate, in un dialogo immaginario fatto di versi e rime tra poeti di là e di qua. Momento di particolare intensità, cui è seguita la proiezione del documentario Mater Matera, nato da un’idea di Andrea di Consoli (con regia di Simone Aleandri). Ed è stata proprio la proiezione di questo bellissimo documento sull’identità della futura “capitale” che ha sbalordito il pubblico. I Sassi e la loro straordinaria anima cangiante hanno costituito per i più una scoperta tanto emotiva quanto culturalmente impensabile per chi è eternamente sospeso tra Mediterraneo e Nuovo Mondo. Eppure Matera funziona ovunque e con chiunque (e questo certo non lo scopre il sottoscritto), emoziona e meraviglia, «Matera ti chiama e ti dice che è bella», come afferma un vecchio abitante delle sue viscere al cospetto di Consoli.

Matera è immagine (potente ed evocativa), e l’immagine è cinema. Il cinema possibile in Basilicata e a Matera non è solo cinema biblico, non può esserlo, come ci fa capire Andrisani mescolando parodia e poesia. Si deve andare oltre, immaginando un nuovo ruolo per questa città (e non è uno slogan elettorale): non solo incubazione, ma anche promozione. Come? Un’idea semplice (non mia, per primo me ne ha parlato Paride Leporace): un festival del cinema. Matera capitale della cultura europea col suo festival. Matera che non solo accoglie i set, ma ne divulga a un pubblico variegato il loro prodotto finale. Un evento che magari parli della sua identità, che è identità comune al mondo: per esempio, un festival dei Sud fatto al Sud.
In Basilicata esistono già eventi di questo genere, ricchi di contenuti e frutto di un lavoro straordinario: penso innanzitutto al Lucania Film Festival di Pisticci, ma anche a realtà più piccole, come il LatronicHorror (di Latronico, per l’appunto). Momenti che sono frutto di molte cose, in primis della tenacia di una passione. Ma si può pensare a un momento finale, che sintetizzi gli sforzi compiuti in ogni singola realtà del nostro territorio? Io credo di sì, mi piace immaginarlo. E mi piace farlo soprattutto dopo averne discusso con molti più competenti di me, e che a quest’idea pensano da tempo. Bisogna crederci perché è valida, e quindi merita un sostegno. Anche da questo piccolo angolo della rete. Non credete che potrebbe essere un grande biglietto da visita, in vista del 2019?

 

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