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Scuola, riforme e politiche

Basilicata

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UNA SCUOLA che ha attraversato le tempeste e le mutazioni dei tempi, sottoposta, da un lato, al vaglio degli operatori che hanno dovuto confrontarsi con generazioni diverse e in continua trasformazione misurandosi con le loro esigenze e con sempre più nuovi e agguerriti sistemi di comunicazione e di divulgazione dall’altro, a ripetuti tentativi di riforme imposti dal Ministero e dalle diverse intenzioni dei governi , spesso determinati da necessità di stretta sugli investimenti .
L’ultima promessa di riforma vorrebbe scoprire regole nuove per “evitare che si cristallizzino i ruoli”, “valorizzare la professione docente” invitati a rimettersi in “gioco”, attraverso formazione “obbligatoria” per accedere alla possibilità di “carriera”, al ruolo di mentor, scelto in quanto tale da un nucleo di valutazione interno, giocando su mobilità in scuole di qualità più bassa nella eventualità sia necessario recuperare rispetto ad una valutazione non soddisfacente. Ed agli studenti? Si immaginano sollecitazioni dal mondo delle imprese e delle comunità territoriali, che li direzionino all’arte o alla musica, o a essere produttori digitali, utilizzando “ il coding per risolvere i problemi complessi applicando la logica del paradigma informatico”.
Processi continui, a cominciare dalla applicazione della legge Casati, varata nel Piemonte sabaudo, su tutto il neo-territorio nazionale, dopo l’ Unità. In una scuola verticistica nazionale, tra il 1922 ed il 1924, ci furono interessanti tentativi di regionalizzazione, come testimoniano i libri scolastici che hanno segnato la storia dell’approccio politico alla scuola. Nel libro di Francesco Di Sanza, La Basilicata, testo sussidiario per le Scuole Elementari, secondo i programmi ufficiali del 1° ottobre 1923, ed. Sandron, Il comunicato della vittoria, firmato dal Diaz, sostituisce la presentazione. L’impianto è quello di un almanacco, nel quale riflessioni, miti, storie, proverbi, poesie in dialetto, in lingua italiana e albanese, suggerimenti di lavori, di sanità e di igiene, i lavori del mese, la malaria, gli eroi che hanno segnato la storia, foto di casolari, di operai e contadini, di donne scandiscono l’anno, mese per mese. Sono denunciate le condizioni della istruzione in Basilicata, dove un popolo di “grande intelligenza e vivacità intellettuale non si istruisce come dovrebbe”, privandosi, così, anche del conforto di comunicare direttamente con i propri cari emigrati, senza la fredda intermediazione di uno scrivano. Nella Collana diretta da Almagià, il libro di Paolo De Grazia, Basilicata, ed. Paravia, 1926, documenta , con una riflessione nella Presentazione firmata da Almagià, la concezione di un libro di cultura regionale per le Scuole Elementari, anch’esso sotto forma di almanacco popolare al quale si riconosce la possibilità di dar luogo a qualche cosa di veramente nuovo: conoscere ciò che si riferisce alla regione, l’elemento che dal popolo emana , che risponda alle caratteristiche della “ forma mentale e alle tendenze spirituali dei bambini che possono essere poi talora notevolmente diverse nelle varie regioni d’Italia, in relazione anche con le diversità grandissime, che, tra regione e regione del nostro paese si incontrano”. L’intenzione era anche di favorire l’avvicinarsi degli autori ad esse ed alle forme espressive coerenti ai bimbi e a quelle diversità. Pagine di riflessioni sulle condizioni della regione ne sottolineano le condizioni, le mutazioni determinate dallo sfruttamento irrazionale delle sue risorse, causato dalla divisione troppo minuta delle terre e, soprattutto, dalla fame di guadagni dei nuovi grandi proprietari che spogliarono i monti delle sue foreste, riducendo il territorio a nude rocce solcate e tagliate dalle acque torrentizie e dalle alluvioni. Come altri testi, quali quello di Lelio Giannantonio, La Basilicata, edito da Mondadori nel 1924, o quello di Sisto Bernardino, La Basilicata. Almanacco regionale e nozioni varie, della edizione Carabba del 1925, esattamente come tutti gli altri almanacchi-sussidiari regionali, corrispondono alle intenzioni dell’estensore dei programmi per la scuola elementare e primaria, Giuseppe Lombardo Radice- alle dipendenze del ministro Giovanni Gentile- che pensava alla valorizzazione delle culture regionali e, quindi, delle differenze culturali e antropologicamente storiche dell’Italia unita. Il progetto non ebbe molto seguito per la logica centralistica della ideologia dello Stato fascista. Lo stesso Lombardo Radice lasciò l’incarico subito dopo il delitto Matteotti e cercò di dedicarsi al solo insegnamento anche se di fatto si ritrovò ad essere emarginato dalla vita politica attiva.
Fra i testi in dialetto riporto quello sullo “scaricavascio” a Melfi, che nel suo almanacco De Grazia ricorda come la satira contro gli uomini troppo facili a cambiare partito
..se si spezza lu ram’di sotto
Ve ne sciate di capisotto
A Maria Antonia tosta tosta
Lu cicato facìa la posta

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