Salta al contenuto principale

Regioni e riforme
Basilicata addio?

Basilicata

Tempo di lettura: 
4 minuti 5 secondi

CHE le regioni siano da tempo in discussione è un dato incontrovertibile: non a caso si sta rivedendo il titolo V, dopo la sciagurata riforma Prodi che ha duplicato negativamente costi competenze ed azioni tra Stato e regioni, come non a caso prende corpo all’interno delle stesse regioni (vedi Caldoro, il governatore della Campania) l’idea di sostituire le attuali regioni con circoscrizioni più ampie, riportando a tale scala territoriale le funzioni originarie di indirizzo e di programmazione finora mai effettivamente attivate.
In questo scenario, non mancano prese di posizione a difesa dello status quo e se ne capisce il perché: sulle istituzioni regionali c’è una elite molto diversificata che ci campa da saprofita, contando su trasferimenti generosi dello Stato gestiti in maniera irresponsabile.
Ma il processo di cambiamento appare irreversibile, tanto vale prepararsi all’evento riflettendo e proponendo soluzioni ragionevoli che partano da dati geografici realistici.
Spesso quando si discute di tematiche del genere il rischio di rifugiarsi in fascinazioni identitarie furbesche, perché prive di riscontri storici per affermare confini amministrativi scollegati da relazioni economico-territoriali e storiche forti, è sempre presente. La delimitazione amministrativa o comprende ed è funzionale a situazioni economiche interne ed esterne organiche o resta una forzatura istituzionale che rende molto più complesse le azioni di sviluppo.
Per la Basilicata prevale la seconda ipotesi: l’ente regione, nato quasi come incidente amministrativo, è servito finora per blindare la società regionale attorno ad una classe dirigente che ha letteralmente costruito a tavolino un’idea di società, facendone persino un modello (sic!), basandosi su nostalgie storiche e virtuosità varie chiaramente mistificatorie. La politica regionale di decide intorno all’apparato politico-amministrativo che stanzia nei palazzi di via Anzio. Spesso le riunioni del Pd lucano, il partito egemone, hanno sede nella città-regione di Potenza, che altro non è che il capoluogo del sottosviluppo regionale, e sono frequentate in massima parte dai funzionari dell’ente regione che dunque hanno modo di incontrarsi al mattino negli uffici regionali ed a sera in locali regionali o altrove per manifestare appartenenza partitica correntizia propedeutica a configurare carriere politiche o burocratiche sostenute dalla spesa pubblica che in Basilicata arriva ad iosa.
Sicchè si hanno due limiti puntuali alla crescita della regione: il primo concerne una classe dirigente che costituisce il problema irrisolto dello sviluppo lucano ed il secondo riguarda lo sfasamento tra ceto dominante e la realtà economica. La vera ricchezza lucana è localizzata in poli di sviluppo decentrati rispetto al capoluogo regionale. Qualche esempio: Melfi è ormai considerata la capitale del lavoro del mezzogiorno manifatturiero, ma si è fatto di tutto finora per non riconoscerle tale ruolo. Il più grande polo industriale meridionale poteva essere l’occasione per creare finalmente una struttura urbana strategica a supporto e come integrazione degli assi Potenza-Foggia e Napoli-Bari, realizzando una città comprensorio di almeno 100 mila abitanti, puntando sul quadrilatero Melfi, Rionero, Venosa e Lavello, ed invece si è alimentato un pendolarismo verso lo stabilimento della Fiat costosissimo per gli operai e per la regione nel suo complesso, fatto allo scopo di impedire processi di relativa concentrazione urbana che potevano mettere in discussione la rappresentanza politica esistente. Matera ha avuto l’ambito riconoscimento di capitale della cultura europea in prospettiva 2019. Potrà esplicitare le sue potenzialità in un raccordo organico con la Puglia non certo con Potenza.
Melfi, Matera, Il meta pontino e l’asta bradanica possono essere i capisaldi di un nuovo assetto produttivo delle aree forti regionali che può rendere plastica la parte meridionale del corridoio di sviluppo adriatico intorno al quale si stanno organizzando le regioni italiane e della Croazia, dell’Albania e della Grecia che si affacciano sul mar Adriatico.
Questo scenario viene considerato border line, ossia marginale, ma rispetto a che ed a chi? A Potenza? Alle strutture di potere politico-burocratico?
Oggi paghiamo le conseguenze del mancato disegno di sviluppo della regione, intorno al quale creare un senso di comunità e di progetto futuro. Le forze centrifughe che si reggono su fattori economici e geografici prevalgono su quelle centripete di natura prettamente amministrativa, ma gli addetti ai lavori fanno finta che tutto sia riconducibile ad unità, tenendo in piedi un simulacro di regione.
La Basilicata odierna è indifendibile. La popolazione lucana, intesa in senso lato, si salva se entra in un contesto socio-economico più vasto. Su questo fronte, la “scomposizione” della Basilicata attuale è nei processi in atto che vanno assecondati, liberando le risorse territoriali. Il lagonegrese è una costola della Calabria, la montagna potentina gravita storicamente sul salernitano, sul territorio adiacente alla Puglia abbiamo fatto riferimenti in precedenza. Non è necessario alcun artificio amministrativo.
D’altronde, abbiamo poco o nulla da perdere: qui come altrove nel Mezzogiorno peggio di così non si può andare.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?