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Le terre si chiamano

Basilicata

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«La cosa più abbondante sulla terra è il paesaggio. Anche se tutto il resto manca, di paesaggio ce n’è sempre stato d’avanzo, un’abbondanza che solo per un miracolo instancabile si spiega, giacché il paesaggio è senza dubbio precedente all’uomo e nonostante ciò, pur esistendo da tanto, non si è esaurito ancora. Sarà perché costantemente muta: ci sono epoche dell’anno in cui il terreno è verde, altre giallo, poi marrone o nero. E anche rosso in alcuni luoghi, che è il colore dell’argilla o del sangue versato. Ma questo dipende da ciò che nel terreno si è piantato e si coltiva, o non ancora, o non più, oppure da quello che vi è nato naturalmente, senza mano d’uomo, e giunge a morte solo perché è arrivata la sua fine […] Non mancano i colori a questo paesaggio. Ma non solo colori. Ci sono giorni duri come il loro freddo, altri in cui non sembra che vi possa essere aria per tanto caldo: il mondo non è mai contento, e come potrebbe, tant’è sicuro della morte. E al mondo non mancano gli odori, neppure a questa terra, che ne è parte, e ben provvista di paesaggio».

Immagino che, leggendo questa descrizione, stiate pensando alla Basilicata. Questo è il blog di un lucano su un giornale lucano, e dunque in questa sede si parlerà di cose lucane. Eppure se state pensando a quello che ho appena scritto, siete stati ingannati dalla potenza evocatrice della scrittura: quel racconto non riguarda infatti il nostro territorio, sebbene questi ne abbia le physique du rôle. Il brano che avete finito di leggere è invece il prologo campestre del premio nobel portoghese José Saramago alla sua opera dedicata proprio a una terra contadina (Una terra chiamata Alentejo, Einaudi, 2006), lacerata dal fenomeno migratorio; è forse la migliore descrizione del nostro paesaggio fatta descrivendone un altro, e in una lingua altra. Sfogliare quelle pagine, in fondo, è come specchiarsi in quella terra stretta tra due mari, che nel corso dei secoli è stato luogo d’emigrazione e di confino, e che risponde al nome di Basilicata.

Chi vi scrive lo fa proprio da quello spazio “abbondante di paesaggio”: il Portogallo. Chi vi scrive è, a tutti gli effetti, un lucano all’estero. E cosa ci va a fare un lucano in Portogallo? Pensandoci, è un po’ come saltare dalla padella alla brace. Eppure in questa estrema spiaggia d’Europa, dove il tramonto avviene quando nel resto del continente è già buio pesto, si possono narrare storie di accoglienza e valorizzazione, di crescita e opportunità di lavoro. Fino a qualche anno fa, il Portogallo era una frontiera di speranza per chi volesse tentare percorsi di alta formazione accademica lontano dalle italiche baronie. È ancora un luogo di arrivo, anche se in misura molto minore: la famigerata Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale) impone drastici tagli alla spesa pubblica, e la ricerca è tra le più colpite, alla faccia della mobilità dei saperi, tanto sbandierata a Bruxelles come momento di espansione di un comune sentimento europeo.

Eppure, un sottile filo rosso lega queste due realtà così distanti e apparentemente opposte; c’è qualcosa che annoda questi spazi apparentemente lontani. Le terre si chiamano, è un richiamo continentale, ancor di più mediterraneo (un grande storico di nome Fernand Braudel ha speso una vita di studio su questo punto) e, in questo aspetto affascinante e veritiero più di quanto si creda, avviene il reciproco riconoscimento, in esso nasce una coscienza comune, la consapevolezza dell’essere cittadini europei; abitanti di un’Europa che nonostante i suoi fallimenti politici ed economici è in fondo un cortile dagli angoli omogenei, in cui ci siamo mossi per secoli incrociando usi e costumi propri una parentela persa nel tempo.

Oggi mi viene data una grande possibilità – e di questo ringrazio il Quotidiano della Basilicata e la sua direttrice, Lucia Serino – di parlare della e alla mia patria (da intendersi nella sua accezione originaria di luogo natio). Di cosa si parlerà in questo blog? Della Basilicata, ovviamente; delle sue storie, delle sue memorie, delle sue emigrazioni. Proveremo anche a seguire un po’ d’attualità, nell’ottica di un lucano fuorisede che accompagna ciò che succede nella sua regione; parleremo di promozione della regione e della sua cultura all’estero, perché non dimentichiamoci che abbiamo l’ambizione di mettere in vetrina, tra qualche anno, la cultura europea (Matera 2019). Dunque uno spettro ampio di riflessione, come poi devono essere i blog, e che risponda generalmente agli interessi di chi scrive (ovviamente, proverò a non avventurarmi in campi che non sono di mia competenza).

Tutto questo, sia chiaro, senza la pretesa di rappresentare chicchessia, se non me stesso; soprattutto senza la pretesa di rappresentare il mondo dell’emigrazione lucana, così complesso e variegato, che ben altre ragioni e patimenti ha dovuto affrontare nella sua mobilità coatta. Al di là di ciò, ci tengo a sottolineare che a quel mondo mi sento profondamente legato; la sua narrazione collettiva fatta di sacrificio, rinunce, immani sforzi per farcela mi inorgoglisce, mi commuove, mi sprona a parlarne e a identificarmi.

Concludo ritornando al punto di partenza. Che cosa volevo dire con quel passo tratto dal libro di Saramago? Che, in fondo, si può parlare della Basilicata ovunque, dunque anche se si è lontani, perché la nostra regione e la nostra cultura – una cultura di contaminazioni – la scorgiamo anche oltre i nostri confini politici, l’intuiamo in quella pletora di volti e cose umane che parlano un po’ con le nostre cadenze.

Parlare della Basilicata è quello che fanno tutti gli emigranti. Ricordano, spiegano, insistono, provano a convincere l’interlocutore dell’unicità del proprio argomento; come tutti i protagonisti di una diaspora, camminano con la testa rivolta al loro epicentro. Ecco, a partire da oggi mi piacerebbe, in questo spazio, condividere con voi il mio cammino a ritroso, in cui procedo con ostinata proiezione in avanti.

 

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