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Perchè i giornalisti sportivi
si lasciano preferire

Basilicata

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6 minuti 28 secondi

 

Chi ha frequentato o gestito uno spogliatoio sa quanto possono incidere gli spifferi. In entrata, ma anche in uscita. Mutazioni di equilibri sui quali un allenatore, un dirigente, ha sempre il dubbio se intervenire o lasciar correre. Se tener conto di quanto accade fuori dal campo o provare a isolare ogni discorso tecnico da tutto il resto. Difficile elaborare una regola generale. Comandano l'esperienza, il buon senso, il più delle volte l'intuito. Queste dinamiche mi sono passate spesso per la mente la scorsa settimana, quando ho seguito con attenzione le due partite giocate dalla Juventus a Roma. Quella di Coppa Italia (allo stadio) e quella di campionato. Una sconfitta contro i giallorossi e un pareggio con la Lazio, arrivati in pieno caos mediatico per la quasi contemporanea esplosione dei "casi" Pirlo e Buffon. Entrambi con un matrimonio alle spalle che sembrerebbe prossimo al naufragio. Soprattutto, entrambi con figli piccoli sì, ma non al punto da rimanere protetti rispetto a quanto sta accadendo intorno alla celebrità dei loro genitori. Tra i vari sondaggi (meglio Alena o Ilaria?) e chiavi di lettura improvvisate, nazionalpopolari, adatte alla chiacchiera dal barbiere, ho avuto la fortuna di imbattermi invece in uno spunto di grande qualità. L'ha offerto Francesco Repice, radiocronista e inviato del Giornale Radio Rai, che ha tenuto una lezione ai praticanti che si accingono a sostenere a febbraio l'esame per diventare professionisti. Vi propongo qui il video integrale e qualche post-it. Utile a comprendere meglio il livello di alta specializzazione del giornalismo sportivo, probabilmente il ramo di questa professione in cui si può improvvisare di meno. E a capire perchè, a volte, i giornalisti sportivi si lasciano preferire rispetto agli altri colleghi. 
"Chi  di voi ha avuto la possibilità di frequentare le sale della politica o i centri istituzionali sa benissimo che le persone che sono protagoniste in questi ambiti non vedono l'ora di parlare a un microfono, di venirvi a raccontare la loro verità. Noi abbiamo il problema inversio, un calciatore quando vede noi giornalisti fa finta di dormire e mette le cuffie per la musica. Noi siamo il nemico". 
"Il giornalista sportivo non si inventa delle cose. Il giornalista che ha a che fare per una vita con lo spogliatoio, con il medico, con il direttore sportivo, con il calciatore che non ti vuol dire ma ti vuol dire, deve capire da un'occhiata, da un respiro, da uno sguardo, da un atteggiamento cosa ti vuol dire il protagonista in quel momento, ma che non ti dirà mai. (...) Prima di darti una notizia gliela devi tirar fuori con le tenaglie, la devi capire dagli occhi, da come si muove, da come parla con un compagno".
"La Gazzetta dello Sport nei giorni scorsi è uscita con un pezzo a proposito di Andrea Pirlo. Tutti noi sapevamo che Andrea Pirlo aveva una simpatia, che adesso è diventata ufficiale e che in una città come Torino, per la rilevanza dei personaggi in questione, potrebbe creare dei problemi nella squadra, nella società (...). La Gazzetta ha dovuto inventarsi un pezzo in punta di penna per spiegare che questa  situazione di Pirlo, molto personale e privata, potrebbe in qualche modo condizionare  il suo rendimento e il rendimento della squadra". 
"Quando successe ciò che successe, Daniele De Rossi ci disse: da quanto conosco i giornalisti di cronaca, apprezzo voi. Perchè nessuno di noi era andcato a chiedergli della vicenda del suocero, come mai si era rivolto al cielo quando aveva segnato quel gol, come mai c'era questo rapporto stretto. L'argomento esulava da quelli che erano i nostri ambiti e avevamo fatto in modo di non trattarlo. Poi qualcuno di noi l'ha fatto in maniera maldestra e ha rischiato anche". 
Chi ha frequentato o gestito uno spogliatoio sa quanto possono incidere gli spifferi. In entrata, ma anche in uscita. 
Mutazioni di equilibri sui quali un allenatore, un dirigente, ha sempre il dubbio se intervenire o lasciar correre. Se tener conto di quanto accade fuori dal campo o provare a isolare ogni discorso tecnico da tutto il resto. Difficile elaborare una regola generale. 
Comandano l'esperienza, il buon senso, il più delle volte l'intuito. Queste dinamiche mi sono passate spesso per la mente la scorsa settimana, quando ho seguito con attenzione le due partite giocate dalla Juventus a Roma. Quella di Coppa Italia (allo stadio) e quella di campionato (in tv). Una sconfitta contro i giallorossi e un pareggio con la Lazio, arrivati in pieno caos mediatico per la quasi contemporanea esplosione dei casi Pirlo e Buffon. Entrambi con un matrimonio alle spalle che sembrerebbe prossimo al naufragio. Soprattutto, entrambi con figli piccoli sì, ma non al punto da rimanere protetti rispetto a quanto sta accadendo intorno alla celebrità dei loro genitori.
 
Tra i vari sondaggi (meglio Alena o Ilaria?) e chiavi di lettura improvvisate, nazionalpopolari, adatte alla chiacchiera dal barbiere, ho avuto la fortuna di imbattermi invece in uno spunto di grande qualità. L'ha offerto Francesco Repice, radiocronista e inviato del Giornale Radio Rai, che ha incontrato i praticanti che si accingono a sostenere a febbraio l'esame per diventare professionisti. 
Vi propongo qui di seguito il video integrale (consiglio a tutti di perderci un quarto d'ora) e qualche post-it tratto da una lezione di altissimo profilo.
Utile a comprendere meglio il livello di alta specializzazione del giornalismo sportivo, probabilmente il ramo di questa professione in cui si può improvvisare di meno. E a capire perchè, a volte, i giornalisti sportivi si lasciano preferire rispetto agli altri colleghi. 

♦ «Chi  di voi ha avuto la possibilità di frequentare le sale della politica o i centri istituzionali sa benissimo che le persone che sono protagoniste in questi ambiti non vedono l'ora di parlare a un microfono, di venirvi a raccontare la loro verità. Noi abbiamo il problema inversio, un calciatore quando vede noi giornalisti fa finta di dormire e mette le cuffie per la musica. Noi siamo il nemico". 

♦ "Il giornalista sportivo non si inventa delle cose. Il giornalista che ha a che fare per una vita con lo spogliatoio, con il medico, con il direttore sportivo, con il calciatore che non ti vuol dire ma ti vuol dire, deve capire da un'occhiata, da un respiro, da uno sguardo, da un atteggiamento cosa ti vuol dire il protagonista in quel momento, ma che non ti dirà mai. (...) Prima di darti una notizia gliela devi tirar fuori con le tenaglie, la devi capire dagli occhi, da come si muove, da come parla con un compagno".


♦ "La Gazzetta dello Sport nei giorni scorsi è uscita con un pezzo a proposito di Andrea Pirlo. Tutti noi sapevamo che Andrea Pirlo aveva una simpatia, che adesso è diventata ufficiale e che in una città come Torino, per la rilevanza dei personaggi in questione, potrebbe creare dei problemi nella squadra, nella società (...). La Gazzetta ha dovuto inventarsi un pezzo in punta di penna per spiegare che questa  situazione di Pirlo, molto personale e privata, potrebbe in qualche modo condizionare  il suo rendimento e il rendimento della squadra". 


♦ "Quando successe ciò che successe, Daniele De Rossi ci disse: da quanto conosco i giornalisti di cronaca, apprezzo voi. Perchè nessuno di noi era andcato a chiedergli della vicenda del suocero, come mai si era rivolto al cielo quando aveva segnato quel gol, come mai c'era questo rapporto stretto. L'argomento esulava da quelli che erano i nostri ambiti e avevamo fatto in modo di non trattarlo. Poi qualcuno di noi l'ha fatto in maniera maldestra e ha rischiato anche". 
(Francesco Repice)

Twitter @pietroscogna

 


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