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Il manifesto della Libera università delle donne collocato su palazzo Bramante

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POTENZA – Sono la metà della popolazione lucana, eppure sono sotto rappresentate in tutti i settori, dalla politica al lavoro. E, dopo un anno di emergenza, sono quelle che pagano in assoluto il prezzo più alto della crisi: in pieno lockdown, su 80 dimissioni volontarie presentate, ben 78 sono di donne. E «se una società rinuncia al pieno apporto di metà della proprio popolazione, non solo non è una società civile ma è destinata anche a soccombere nel breve termine», denuncia Anna Russelli, segretaria Cgil Basilicata.

Un divario di genere fortissimo, che è stato ulteriormente accentuato dal Covid. Le donne sono quelle che hanno retto il peso maggiore nella pandemia: da madri, da lavoratrici dei servizi essenziali, spesso anche in condizione di rischio per la propria salute e sicurezza. Un 8 marzo davvero molto amaro.
Osservando i dati incrociati dell’ultimo censimento Istat e della rilevazione delle forze lavoro – precisa Russelli – è evidente lo squilibrio esistente nel mercato del lavoro lucano. Il tasso di occupazione maschile è al 51,4%, circa venti punti più di quello femminile; il tasso di disoccupazione è pari al 11,6% per gli uomini e al 15,1% per le donne. Le differenze sono dunque più marcate per la componente femminile, con un tasso di occupazione (31,9%) di oltre cinque punti più basso della media nazionale e un tasso di disoccupazione che supera di molto il corrispondente valore nazionale. Il tasso di disoccupazione femminile giovanile (età 15-24) in Basilicata nel 2019 è del 28,8% mentre il tasso di occupazione femminile (15-64) è solo del 37,7% contro il 63,7% di quello maschile.

Per non parlare dell’incidenza della disoccupazione di lunga durata (persone in cerca di occupazione da oltre 12 mesi), pari al del 60,6% tra le donne. Anche tra i Neet lucani (persone tra i 15 e i 29 anni non occupati né inseriti in un percorso di istruzione/formazione) le donne superano gli uomini: 28,34% femminile contro il 23,9% maschile. Sono infine 106.114 le donne a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2019, 88.364 gli uomini; 28.846 le donne in condizioni di grave deprivazione materiale, 20.745 gli uomini.

«Moltissime donne lucane vivono una condizione di fortissima deprivazione, povertà materiale, educativa. Una situazione aggravata nell’ultimo anno, dove le donne hanno visto un aumento esponenziale dei carichi di lavoro, dovendo spesso sostituirsi anche al ruolo educativo svolto dalla scuola. Alcune aziende hanno attuato un vero e proprio scambio tra la concessione dello smart working e la richiesta di un aumento dei livelli di produttività. Nel periodo della pandemia si è inoltre ulteriormente accentuato il fenomeno della violenza domestica. Eppure la politica ha continuato a privilegiare il punto di vista maschile, con task force e gruppi di lavoro composti quasi esclusivamente da uomini, che hanno finito per far prevalere un’analisi dei fenomeni e delle strategie di gestione della fase emergenziale e post emergenziale priva dello sguardo e delle competenze di metà della società».

«Da questa situazione si può e si deve uscire – conclude Russelli – mettendo in campo diversi strumenti. Anzitutto, occorre uscire dalla retorica della conciliazione e pensare a nuovi strumenti culturali e di sostegno che non possono esaurirsi nella politica dei bonus, come finora fatto, ma devono pensare a un rafforzamento del sistema educativo e dei servizi all’infanzia, anche come fattore di creazione di nuovi posti di lavoro e, quindi, di sviluppo del tessuto economico regionale. Più asili nido e più servizi alle famiglie accessibili a tutti. Più strumenti per incentivare la condivisione dei carichi familiari attuando un riequilibrio tra i generi. Occorre intervenire subito, come più volte richiesto nei mesi della pandemia, sulle misure di reddito minimo di inserimento e tirocinio di inclusione sociale. Si mettano in campo politiche concrete a favore delle donne lucane. Adesso».

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