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Il COMMENTO
Il compagno Gianfranco

Basilicata

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di ROBERTO LOSSO
Adesso, nel Pdl, anche i falchi diventano colombe. Cercano di tenere insieme politica e memoria, incarichi istituzionali ed equilibri parlamentari, scissioni mascherate e risse televisive. Lavorano per salvare il salvabile. Magari limitandosi a trovare una soluzione di facciata. Tipo quella, compiutamente democristiana, di convivere sotto lo stesso tetto, pur essendo in disaccordo su tutto. Nella Dc funzionava. Infatti, ancora oggi non si è capito che cosa avessero in comune Alcide De Gasperi e Mario Scelba, Aldo Moro e Giulio Andreotti, Ciriaco De Mita e Antonio Gava. Anche loro, spesso e volentieri, sembravano destinati a dividersi. Quando, però, arrivava l'ora “x” della decisione finale, i dissidenti s'incontravano in qualche convento fuori mano. Miracolosamente, nasceva una nuova corrente “di pensiero” con “preambolo” incorporato. Assumendo, scriveva benedicente l'Osservatore Romano, “il ruolo di minoranza che aspira a diventare maggioranza”. Il valore non negoziabile, all'epoca, era l'unità dei cattolici. Tutto il resto era consentito. Anche le crisi di governo, le alleanze variabili, i congressi straordinari e, se necessario, le elezioni anticipate. È diventato famoso, in tal senso, l'antico monastero di Santa Dorotea a Roma, dove, nel 1959, nacque il doroteismo che, di fatto, con Mariano Rumor e Flaminio Piccoli, assicurò al Nord-Est, oggi roccaforte della Lega, la guida del Paese per tantissimi anni. Nella quotidianità della politica profana, però, quello che teneva insieme le varie anime della Dc, così diverse e distanti, era il Manuale Cencelli, che assicurava visibilità in ragione del “peso” delle correnti. Nel frattempo, i pontieri del Pdl hanno inventato una formula che fa concorrenza a quella delle “convergenze parallele”. Chiedono, infatti, a Gianfranco Fini di restare nel partito come “minoranza di scomposizione”? A prima vista sembrerebbe una soluzione senza vinti né vincitori. Nei fatti, però, sarebbe una resa incondizionata. Almeno per il presidente della Camera. Silvio Berlusconi, infatti, non gli concede neanche l'onore delle armi. Vuole vincere la partita. A modo suo: o dentro o fuori. È fatto così, il Cavaliere. Populisticamente controcorrente nello sparigliare le carte, ma anche molto permaloso. Specialmente nei confronti di chi, a suo dire, dovrebbe essergli grato vita natural durante. Non a caso, in questi giorni, torna di moda il ritornello dello sdoganamento. È puntiglioso e malandrino il fedele Sandro Bondi nel ricordare che, alcuni anni fa, Gianfranco Fini rappresentava un irrisolto problema di democrazia per il centrosinistra, le cancellerie europee e la grande stampa mondiale. Citando, tra l'altro, quello che, sul pupillo di Giorgio Almirante, scriveva il The Guardian: “L'Europa trema mentre un leader di estrema destra si appresta a guidare la diplomazia italiana”. Nell'immaginario collettivo, era il neofascista in doppiopetto. Tanto che, a molti, stringergli la mano appariva un gesto inopportuno. Allora era il premier, Silvio Berlusconi, che garantiva per lui. Poteva permetterselo. Almeno all'interno dei confini nazionali. Infatti, l'Italia dei poteri forti gli consentiva di tutto e di più. Anche la nomina di un post-fascista ad un incarico così rilevante sul piano internazionale. Tutto bene, dunque. Fino al punto che è nato il Pdl. All'insegna del partito popolare europeo. Sembrava l'inizio di una stagione di modernizzazione del centrodestra. Il successo elettorale dell'asse Berlusconi-Bossi, invece, ha scombussolato i piani di Fini. Che ha incominciato a smarcarsi, giocando, peraltro, molto bene le sue carte. Si è calato nel ruolo istituzionale di presidente della Camera, impegnandosi a tempo pieno nella marcatura ad uomo del suo irrequieto e debordante padre-padrone. Ne ha contrastato l'egemonia a colpi di fioretto. Anche su argomenti sensibili (per esempio, il lodo Alfano). Giocando di sponda con settori del Pd. Dove persiste la tentazione a concedere più del dovuto a quanti, in territorio nemico, fanno le pulci al comandante in capo. Adesso, però, la ricreazione è finita. Innanzi tutto, per Silvio Berlusconi. Sull'onda del risultato delle regionali, non sembra disponibile a compromessi. Evidentemente, il Gianfranco “comunista”, per lui, è diventato un personaggio ingombrante. Più di quanto lo fosse, ieri, il Gianfranco “fascista”. Almeno così sostengono i Berlusconi Fan Club. L'anomalia politica, però, non è che Fini faccia il suo gioco né che gli altri cerchino di impallinarlo. È che il centrosinistra si metta in mezzo. C'è da chiedersi. È un buon investimento? Al contrario di Casini, centrista bifronte, infatti, Fini sembra condannato a convivere con Berlusconi. Sia che resti nel Pdl sia che decida di uscirne. Perché, politicamente, sono le due facce di una stessa medaglia. Con buona pace di quanti, al casinò di Roma, aspettando che vinca il rosso, puntano tutto sul compagno Gianfranco.

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