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Why Not, giudice lascia il processo
Rinvio al 12 gennaio 2011

Basilicata

Un brusco stop è arrivato oggi nell’ambito del processo a carico delle 27 persone rinviate a giudizio a seguito dell’inchiesta «Why not»

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Il processo scaturito dall'inchiesta Why Not vede imputate 27 persone e l'indagine, coordinata dall’allora sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Luigi de Magistris e poi, dopo l’avocazione a quest’ultimo, affidata alla Procura generale di Catanzaro, riguardava un presunto comitato d’affari politico affaristico che avrebbe illecitamente gestito i soldi pubblici destinati allo sviluppo della Calabria.
Il dibattimento, che avrebbe dovuto di fatto cominciare oggi con l’audizione dei primi testimoni dell’accusa, non ha avuto inizio poichè uno dei componenti della terna giudicante, il dottore Antonio Rizzuti, ha lasciato il collegio penale per tornare alla sezione Gip-Gup, da dove proviene, e dunque sarà necessario comporre un nuovo tribunale collegiale. Il processo «Why not» tornerà in aula, secondo un calendario stabilito oggi, il 12 e 26 gennaio 2011, e poi il 9 e 23 febbraio.
Particolarmente impegnativa sarà l'acquisizione delle prove testimoniali, dal momento che complessivamente sono stati ammessi circa 400 testimoni. Si comincerà sentendo quelli citati dalla pubblica accusa, rappresentata dai sostituti procuratori generali Massimo Lia ed Eugenio Facciolla. All’avvio del processo, prima dell’estate, i giudici avevano già ammesso la costituzione di parte civile della Regione Calabria e di Fincalabra, entrambe parti offese rispetto ad alcune ipotesi di reato legate alla presunta gestione illecita di alcuni progetti finanziati con soldi pubblici.
Sul banco degli imputati siedono le 27 persone rinviate a giudizio lo scorso 2 marzo, tra le quali anche Caterina Merante, testimone chiave dell’inchiesta «Why Not», chiamata a rispondere dell’unico capo d’accusa contestatole: una contravvenzione alle leggi in materia di lavoro. Gli altri sono Aldo Curto, Marino Magarò, Gennaro Ditto, Francesco Morelli, Antonio Mazza, Rosario Caccuri Baffa, Giorgio Cevenini, Rosalia Marasco, Ennio Morrone, Cesare Carlo Romano, Rosario Calvano, Dionisio Gallo, Domenico Basile, Giancarlo Franzè, Antonio Gargano, Filomeno Pometti, Michelangelo Spataro, Michele Montagnese, Pasquale Citrigno, Pasquale Marafioti, Clara Magurno, Alfonso Esposito, Giuseppe Pascale, Ernesto Caselli, Nicola Adamo, Antonino Giuseppe Gatto.
Lo stesso 2 marzo il giudice dell’udienza preliminare Abigail Mellace, si è pronunciata a proposito dei tanti giudizi abbreviati richiesti oltre che del procedimento con rito ordinario, facendo sostanzialmente crollate tutte le più gravi accuse inizialmente ipotizzate a vario titolo – che complessivamente andavano dall’associazione per delinquere, all’abuso d’ufficio, turbata libertà degli incanti, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode nelle pubbliche forniture, peculato, corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, istigazione alla corruzione, estorsione, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, fino a contestazioni minori in materia di lavoro -. Per quanto ha riguardato i riti abbreviati, 8 imputati sono stati condannati – tra loro il principale accusato, l’imprenditore Antonio Saladino, ex leader della Compagnia delle opere in Calabria, che ha avuto una pena di due anni di reclusione -, e 34 assolti completamente – tra loro l’allora presidente della Regione Calabria Agazio Loiero, e l’ex governatore Giuseppe Chiaravalloti -. Per quanto ha riguardato la normale udienza preliminare, 28 persone sono state completamente prosciolte, e 27 rinviate a giudizio. Avviata nel 2006, l’inchiesta «Why not» conquistò la ribalta delle cronache soprattutto per il coinvolgimento dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, la cui posizione è stata archiviata nell’aprile dello scorso anno, e dell’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, per il quale l’Ufficio gip ha disposto l’archiviazione a fine novembre. Giovedì scorso, infine, il giudice Mellace ha depositato le motivazioni delle decisioni assunte il 2 marzo, che sono racchiuse in 937 pagine, con le quali, tra l’altro, alcuni atti sono stati rinviati alla Procura generale perchè si valuti se procedere con ulteriori indagini che consentano di verificare la commissione di eventuali ulteriori illeciti non contemplati nell’inchiesta originaria.

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