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Il presepe con gli “angeli del fango”
Iniziativa controcorrente nella chiesa di S. Giuseppe

Basilicata

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LAGONEGRO - Gli angeli del fango con il bue, l’asinello, i re Magi e l’arcangelo Gabriele, al posto di Benito, dei pastori classici e delle pecorelle sparse a caso. Questa l’idea di fondo, l’ispirazione artistica dal profondo senso civico, alla base di un presepe molto singolare, centrato sull’attualità e social oriented, come si direbbe con un’espressione anglofona mutuata dal linguaggio aziendale ed istituzionale: è quello realizzato dai bambini e dai ragazzi che frequentano la piccola chiesa di San Giuseppe a Lagonegro, nella parte alta del paese.
Insieme alla Madonna, al falegname di Nazareth e al bambin Gesù, nell’orinale opera d’arte religiosa ospitata nella navata destra della parrocchia - di fronte all’altare e immediatamente a ridosso della sagrestia - spiccano le casacche arancioni a strisce fluorescenti, i caschi e le vanghe utilizzati solitamente dagli operai edili nei cantieri e, nel caso specifico rievocato nella rappresentazione, dei volontari provenienti da ogni parte d’Italia che hanno soccorso le popolazioni liguri nei mesi scorsi, durante le alluvioni, le frane e le esondazioni che hanno flagellato la regione e messo in ginocchio la città di Genova.
Oggetti e attrezzi comuni, anonimi, senza volto, riposti in terra o appoggiati alle transenne, a voler rappresentare donne e uomini di tutte le età, di sensibilità e culture politiche differenti, che si sono rimboccati le maniche in uno slancio spontaneo di umanità e di collaborazione gratuita per mettere in salvo cose e persone, sopperendo per quanto possibile alle inefficienze amministrative. «Oltre a mettere in risalto la cooperazione tra i singoli individui, il presepe di quest’anno vuole ricordare a tutti i cristiani che dobbiamo avere cura delle ricchezze che nostro Signore ci ha affidato in custodia: i fiumi, le montagne, il territorio, perché noi siamo soltanto i guardiani del giardino di Dio.
Dobbiamo imparare ad avere un giusto rapporto, una relazione equilibrata tra la natura e la nostra società, per non distruggere doni che abbiamo in regalo, ma che non ci appartengono perché sono per tutta l’umanità». È il pensiero di padre Salvatore Mancino, priore della chiesa di San Giuseppe, agorà animata da un gruppo di monaci particolarmente attivi che guidano una comunità di fedeli estremamente sensibile e attenta a tematiche relative alla salvaguardia dell’ambiente, alla tutela dei diritti umani e ai bisogni dei più deboli e disagiati.
Tante le iniziative in favore di nuclei familiari bisognosi della zona e non una novità assoluta il presepe rivisitato in chiave contemporanea, con chiaro riferimento quest’anno al “modello Rapallo” e al dissesto idrogeologico che minaccia il “belpaese”: lo scorso anno infatti, invece della consueta Betlemme incantata di raffigurazione evangelica, con tanto di stella cometa e casupole imbiancate - in Palestina, terra dove la neve doveva essere una rarità anche ai tempi del governatore romano Quirinio che ordinò il censimento e oggi sovente affumicata dalle bombe dei tank e dei droni israeliani e dai razzi di Hamas - era stata allestita una sorta di Babele - si passi il termine scevro di qualsiasi connotazione biblica negativa - con figuranti di ogni razza e colore, vestiti hip hop come i bambini neri dell’America di provincia o con gli occhi a mandorla della Cina sconfinata, che si recavano col cuore colmo di gioia e il sorriso in volto a rendere omaggio al Figlio dell’Uomo, appena nato in una grotta qualunque.
Il dio di tutti e degli ultimi, dei poveri, dei diseredati, dei dimenticati; il dio di quelli che crediamo diversi da noi, o di quelli che si danno da fare volontariamente per supportare chi ha più bisogno di aiuto: che siano alluvionati, terremotati o immigrati in cerca d’asilo, in viaggio su gommoni senza renne, attraverso il canale di Sicilia.
Proprio il giorno di Natale, su una di queste carrette del mare, una donna nigeriana in fuga dalla guerra civile ha partorito un altro Gesù bambino avvolto nei teli della Croce Rossa, senza oro, né incenso, né mirra, ancora alla ricerca della terra promessa, sebbene in un altra parte del mondo rispetto a quella del Vecchio Testamento.

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