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Dai lucani un "Grazie"
al cuore dei rifugiati

Basilicata

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MATERA - Il vero grazie sono i lucani a dirlo. La campagna di sensibilizzazione promossa dalla cooperativa Il Sicomoro di Matera, “Grazie” che racconta storie di integrazione di persone seguite dalla rete Sprar (sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati) , è incentrata proprio su questa parola che questa volta rappresenta il riconoscimento di un apporto non secondario da parte dei rifugiati che in Basilicata hanno trovato una seconda casa. La vera battaglia è quella che combatte il “salvinismo strisciante” che si muove contro chi, qui, cerca libertà e nuova vita e non ruba nulla.
Sono scappati dai Talebani, da chi combatte i cristiani, da chi impone un pensiero comune e abbatte ogni diritto. Lo hanno fatto in nave, in aereo, in auto, rischiando la vita per approdare spesso per puro caso tra i Sassi (dove vivono in 42 divisi in otto appartamenti) oppure a Grottole (sono in 21) o San Chirico Raparo (che ospita 12 persone). Dal Pakistan, dal Gambia, dall’Egitto per approdare in piccoli paesi a rischio spopolamento. Grazie a loro, invece, le comunità hanno ritrovato obiettivi, i ragazzi imparano più volentieri le lingue straniere. E’ questo, in fondo, lo scopo degli aiuti umanitari? Sì anche se il caso lucano è raro, in un contesto nazionale ed internazionale che ai migranti addebita le colpe dei principali disagi del Paese. La campagna, che partirà oggi con manifesti, locandine e cartoline realizzati da Gianni Andrulli di Ego55, è stata illustrata ieri nella sede di Unibastore da Michele Plati de “Il Sicomoro”, dal sindaco di San Chirico Raparo Claudio Bornero e dall’assessore alla cultura di Grottole, Silvio Donadio. Importanti le collaborazioni con la Pallavolo Matera e con l’Unibastore che aprirà le sue porte a momenti di scambio e confronto come ha confermato Luca Tamburrino.
«Il fenomeno della migrazione nel 2014 ha raggiunto il suo picco mondiale dal 1983. In tutto il mondo sono 51 milioni 200 mila le persone costrette ad emigrare per persecuzioni o negazione dei diritti umani e guerre. Il tema della gratitudine nei confronti di chi li accoglie è centrale. Noi abbiamo voluto riconoscere il nostro ringraziamento a tutti loro». Il sindaco Bornero ha ricordato il caso del suo Comune, impegnato in una fase di rilancio culturale: «E’ una bellissima esperienza che dura da due anni non solo nella casa famiglia ma anche con il progetto che nel 2015 affiderà l’impiantistica sportiva a Pallavolo Matera e dunque al Sicomoro. Non possiamo nascondere che grazie a questi ragazzi, comuni come il nostro evitano le pluriclassi, produciamo lavoro, loro sono la nostra fortuna». L’assessore comunale di Grottole, Silvio Donadio: «Anche noi viviamo la realtà dell’entroterra, nel bene e nel male. Il fenomeno migratorio non è un dato numerico. La bellezza di questa campagna è proprio legata ai volti, alle persone che ne sono protagoniste con le loro storie. Tutti i 21 ragazzi hanno collaborato con il Comune per gli addobbi natalizi come hanno fatto per l’estate grottolese. Dobbiamo combattere l’ignoranza che lega l’immagine del rifugiato ad aspetti negativi».
Le loro storie sono tante. Come quella di Youssef Beniamin, egiziano di 31 anni, a Matera da tre anni. E’ scappato dalla sua città per colpa delle persecuzioni nei confronti dei cristiani. Ha preso un aereo e dal Cairo è atterrato a Roma e da lì a Matera. «In tutto l’Egitto la situazione di musulmani e cristiani è molto grave». In Italia è arrivato con suo moglie e due figli a cui se ne è aggiunto uno nato in Italia. Youssef fa il muratore e in Egitto ha lasciato cinque fratelli. Il cuore è lì, ma la sua famiglia cresce qui con lui e il ritorno non è una ipotesi da prendere in più in considerazione.
Shezar viene dal Pakistan ed è in Italia da 18 mesi. Il suo viaggio è cominciato in auto, poi proseguito dalla Grecia a Bari in nave. Nessun biglietto per la libertà dai talebani, meglio essere clandestino che non con una vita da prigioniero. Shezar è un infermiere, ma vuole fare il medico, mentre la sua famiglia (genitori e tre fratelli) è ancora in Pakistan. Habib aveva aperto una scuola per bambini poveri in Pakistan, ma è stato costretto a scappare passando dall’Iran, dalla Grecia e la Turchia. Oggi è volontario nella parrocchia di San Rocco e il suo sogno è dedicarsi agli altri. La mascotte è Said Fathi partito da una città vicina ad Alessandria d’Egitto a 16 anni. «Nei primi giorni in Italia volevo tornare a casa. Poi ho pensato che volevo cambiare vita, in Egitto facevo il pescatore. Sono rimasto qui, prima sono andato a San Chirico Raparo e dopo un po’ a Matera». Ora frequenta il secondo anno dell’istituto alberghiero. Sogna di aprire un ristorante e, forse, di riuscire a farsi raggiungere dai suoi genitori. Un po’ più complicato farlo con i suoi fratelli che sono sei, ma niente è impossibile. Il senso della campagna di sensibilizzazione del Sicomoro che combatte i luoghi comuni, è illustrata perfettamente da Michele Plati: «Il 12% di chi arriva in Italia ha un titolo di studio universitario, il 28% superiore, solo il 9% è senza alcun titolo».

a.ciervo@luedi.it

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