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«Nessun depistaggio dalla Genovese
e nessuna copertura da Cannizzaro»

Basilicata

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POTENZA - Nessun «depistaggio» da parte della dottoressa Genovese sul caso Claps. Né «coperture» da parte sua o del marito Michele Cannizzaro.
A dichiararlo in un aula del Tribunale di Potenza è stato il fratello di Elisa, scomparsa il 12 settembre del 1993 e ritrovata a marzo del 2010 nel sottotetto della chiesa della Trinità.
Gildo è stato sentito come testimone della difesa nel processo al vicepresidente di Libera, don Marcello Cozzi.
Il sacerdote potentino è accusato di diffamazione nei confronti di Felicie Genovese, il pm che per primo si è occupato del caso e suo marito, medico e consigliere comunale. A causa del discorso pronunciato dai gradini del tempio nel primo anniversario di quel 12 settembre dopo la scoperta del corpo.
Per questo il suo legale ha provato a ripercorrere anni di mistero e inquietudini dei familiari della sedicenne. La prima vittima di Danilo Restivo, secondo i giudici della Cassazione: all’epoca 19enne, originario di Erice, che in Inghilterra è stato condannato anche per la morte della sua vicina di casa. Un omicidio datato 2002 con diverse analogie con quanto accaduto a Potenza.
Il fratello maggiore di Elisa ha raccontato il sostegno ricevuto da Cozzi nel periodo buio: quando sul destino della sorella fiorivano teorie di ogni tipo e non mancavano i tentativi di sviare le indagini. Si ipotizzavano complotti, connivenze e persino il coinvolgimento della criminalità organizzata. Si denunciavano le omissioni da parte degli investigatori nelle prime ore dopo la denuncia. In particolare il mancato sequestro degli abiti di Restivo, a distanza di poco più di un giorno dal suo incontro con Elisa proprio nella chiesa della Trinità. Abiti sporchi di sangue per sua stessa ammissione, che si giustificò dicendo di essersi ferito cadendo in un cantiere.
Nel discorso sotto accusa don Cozzi spiegava proprio che «chiedere verità e giustizia significa non fermarci solo su Danilo in una sorta di rito espiatorio destinato a placare una collettiva sete di giustizia (...), ma significa chiedersi ancora una volta perché quella casa non fu perquisita, perché quegli abiti non furono sequestrati».
Rispondendo al giudice che dovrà decidere delle accuse, Gerardina Romaniello, Claps ha spiegato di cercare ancora chiarimenti «su come sono andate alcune cose. Sulle denunce che abbiamo fatto nei confronti della chiesa, nei confronti della polizia. Perché come ho occasione di dire in tantissimi incontri pubblici la storia di Elisa è il manuale perfetto di tutto quello che non va fatto in un caso di scomparsa».
Ma al legale dei coniugi Cannizzaro-Genovese ha ammesso di non essersi mai posto il problema di cosa sarebbe accaduto se Restivo fosse stato processato subito per omicidio. Senza un corpo per provare le accuse. Col rischio di un’assoluzione che gli avrebbe garantito l’impunità.
Se «tutte le indagini fossero state fatte come si deve - ha replicato - con l’acquisizione degli abiti e le verifiche sull’alibi, la vicenda si sarebbe chiusa in 48 ore e forse avrebbero ritrovato anche il coltello con cui Elisa fu uccisa».
L’avvocato lo ha incalzato elencandogli quanto fatto dall’ex pm: come le intercettazioni disposte; o gli appelli contro la sua scarcerazione, e la condanna a 8 mesi per false informazioni, che in secondo grado è salita a 2 anni e 8 mesi. Poi gli ha ricordato che la prima informativa in procura è arrivata solo il giorno dopo il mancato sequestro degli abiti. Cosa che peraltro gli investigatori avrebbero potuto effettuare anche in autonomia.
Infine è andato al nocciolo della questione chiedendogli prima se credesse davvero che la dottoressa Genovese abbia depistato le indagini.
«Non posso imputare depistaggi alla dottoressa Genovese». E’ stata la risposta di Claps.
Poi se ritiene che ci «siano state delle coperture di Danilo Restivo da parte della dottoressa Genovese o del marito».
«No assolutamente. Non lo posso dire questo. Ci mancherebbe». Ha concluso il fratello di Elisa.
Il processo riprenderà il 7 settembre per sentire Don Cozzi, e la conduttrice della trasmissione della Rai «Chi l’ha visto?», Federica Sciarelli.
Tra le frasi “incriminate” del sacerdote c’è anche la richiesta al Csm di un accertamento sulla legittimità dell’operato della dottoressa Genovese. Quindi sempre al Csm e al presidente della Repubblica perché considerassero i «contatti telefonici» intercorsi «non poche volte negli ultimi anni» tra il marito e alcuni uomini della ‘ndrangheta.
Per gli inquirenti di Salerno che molto tempo prima li avevano già analizzati, cercando inutilmente riscontri alle accuse - poi smentite - di un ex pentito, quei contatti in realtà molto sporadici con personaggi dubbi o poco più non avrebbero significato un granché. Ma per Don Cozzi avrebbero configurato una questione «anche solo» di opportunità per cui la moglie di Cannizzaro, originario della provincia di Reggio Calabria, non avrebbe dovuto continuare a fare il magistrato.

l.amato@luedi.it

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