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La buona sanità lucana?
«E’ anche merito nostro»

Basilicata

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RIONERO IN VULTURE - Il suo laboratorio è attivo dal 1975 ed è cresciuto insieme a lui.
«Ho preso due lauree, mi sono specializzato, sono diventato presidente del Consiglio nazionale dei biologi, vice segretario straordinario del sindacato dei biologi. E ancora, presidente dell’Anisap Basilicata e componente del nazionale. Un risultato di attività che ha avuto e ha le sue radici in una passione profonda». Il dottor Flovilla è entusiasta del suo lavoro e del suo laboratorio di analisi, a Rionero, che porta il suo nome e dà lavoro all’ incirca 25 dipendenti.
Ha 67 anni e spera di poter scrivere ancora qualche pagina della storia della sanità lucana.
Il primo capitolo si augura di poterlo cominciare domani, con lo sciopero indetto dall’Anisap (Associazione Regionale delle Istituzioni Sanitarie Ambulatoriali Private) di Basilicata e che prevede anche un dibattito in programma a Potenza alle 10,30 presso la sala riunioni dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri in via Verrastro. Lo scopo, è ottenere delle risposte dalla Regione Basilicata.
L’ultima legge di stabilità, la riduzione «sostanziale e sostanziosa» delle tariffe sia per quanto riguarda la diagnostica che l’attività laboratoriale, il fondo destinato all’attività ambulatoriale pari solo al 2 per cento della spesa sanitaria regionale, la creazione di una rete per la quale può essere accreditato solo l’ambulatorio che effettua 100.00 prestazioni nel 2016 e 200.000 nel 2017. Tutti provvedimenti che secondo Flovilla mettono in ginocchio la sanità privata accreditata lucana.
Come vede il futuro delle strutture sanitarie private in Basilicata?
«Con molta preoccupazione. Tra i provvedimenti nazionali, come il decreto Balduzzi e quelli regionali che ci siamo visti piombare all’improvviso senza un’adeguata istruttoria e dialogo, non abbiamo riferimenti per una programmazione futura».
Di cosa avrebbe bisogno la sanità privata accreditata in Basilicata?
«Di capire le reali intenzioni della Regione Basilicata rispetto al percorso già avviato che prevede l’accreditamento di secondo livello con il quale ci viene riconosciuta la parità rispetto alle strutture pubbliche. Deve dirci chiaramente se ha intenzione di perseguire l’obiettivo dell’integrazione oppure no, e in quest’ultima ipotesi dirci che fine faremo. Da oltre 5 anni investiamo in attrezzature e formazione del personale per mantenere gli standard necessari per l’accreditamento e non solo. Al primo posto c’è il servizio al cittadino, cercando di limitare le differenze tra chi vive più in periferia e chi nei due capoluoghi, con sicuramente una maggiore offerta del servizio sanitario. Siamo degli avamposti territoriali per la vicinanza al cittadino e il rapporto fiduciario che nel tempo si è instaurato».
Spesso la Regione Basilicata va sbandierando l’esempio virtuoso della sanità lucana in termini di spesa e di bilanci, sebbene poi ci siano esempi meno virtuosi se si pensa alle liste di attesa delle strutture pubbliche. Secondo lei sarebbe lo stesso senza l’apporto delle strutture private accreditate?
«La sanità lucana è una buona sanità. Ma lo è anche per l’esistenza di queste strutture private su tutto il territorio lucano. Perfino il patto della salute privilegia la medicina del territorio che non sarebbe possibile senza queste strutture ambulatoriali, per la loro capacità decisionale e immediata operatività che le strutture pubbliche non riescono a garantire con la stessa facilità e immediatezza. Il punto è che la struttura pubblica non può ridursi a prestazioni di prossimità. A loro il compito di dedicarsi alle patologie complesse, alla ricerca, all’essere all’avanguardia rispetto alle biotecnologie. A noi il lavoro più ordinario. Questa è la sfida da cogliere».
Cosa si aspetta quindi dallo sciopero di domani?
«La ripresa del dialogo, di comprendere la coordinate con le quali operare, che la Regione riveda alcuni provvedimenti nel nostro settore che non ci aspettavamo e che non crediamo di meritare. Se si continua su questa linea avremmo almeno 24 laboratori in meno e la perdita di una novantina di posti di lavoro».

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