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Fuga dall'università: in dieci anni
la Basilicata ha perso la metà degli iscritti

Basilicata

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In dieci anni la Basilicata ha perso la metà degli iscritti all'università: dopo Abruzzo, Molise e Sicilia, nella regione si registra la fuga dagli atenei. Il dato è riportato sul Corriere della Sera di oggi, che elabora i numeri forniti dall'anagrafe studenti Miur. La cifra è -49,4% in riferimento agli immatricolati ai corsi triennali e con riferimento all'anno accademico 2014/2015 in confronto al 2004/2005. «È come se fossero sparite insieme – scrive Leonard Berberi – l'Università di Palermo, la Seconda università di Napoli, quella del Molise, della Basilicata e di Foggia. Rispetto a un decennio fa per i corsi di laurea triennali mancano all'appell. quasi 87mila immatricolati», ovvero il 27,5%. Ma la media nazionale (un quarto del totale) si raddoppia nel dato lucano (la metà). «Il dato attuale è negativo anche se confrontato con quello di cinque anni fa: ma in questo caso è la Basilicata a fare peggio di tutte (-37,6%) seguita da Molise (-31,7%) e Sicilia (-25,3%). Va però “meglio” rispetto a un anno fa: a livello nazionale la diminuzione è di “appena” lo 0,7% con il Meridione che registra, ancora una volta, i ribassi più evidenti». Spiega Stefano Paleari, rettore dell'Università di Bergamo e presidente della Crui (la conferenza dei rettori italiani), che «le immatricolazioni sono una fotografia del territorio. Se calano al Sud è perché aumenta il divario economico con il Nord», mentre «a loro volta i giovani del Nord vanno fuori, in Svizzera e Inghilterra» chiosa Roberto Lagalla, rettore dell'ateneo di Palermo. E aggiunge: «La discesa del numero nazionale degli immatricolati, al Meridione è più pesante perché molti dei nostri diplomati non vanno avanti».
È uno scenario non certo entusiasmante, cui fa da contraltare la notizia riportata oggi dal Sole24Ore: ad aprile sono tornati i contratti a tempo, i nuovi impieghi a quota +210mila (è il saldo tra attivazioni e cessazioni, +48mila i posti fissi), 36mila le trasformazioni. Sono dati in linea con aprile dell'anno scorso (+203mila). È il Jobs Act in cifre, quelle del ministero del Lavoro secondo cui il determinato (+111mila) cresce anche per effetto della stagionalità. Nell'analisi di Davide Colombo, firma del quotidiano confindustriale, sono segnali che confermano il consolidamento della riforma renziana. Il premier, a 4 mesi dal voto regionale, sa che molta della credibilità della classe politica si gioca proprio sulla risposta alle richieste di un impiego, soprattutto tra i giovani. Non è un caso se ieri Renzi, intervistato da Quinta Colonna, ha annunciato un piano di 2500 assunzioni tra le forze dell'ordine, in vista del Giubileo.
Un altro segnale incoraggiante, se sarà ben trasformato in opportunità, è il “tesoretto” da 8 miliardi di fondi europei che il Sud deve spendere entro dicembre. Ne dà notizia il Mattino. Entro fine anno «l'Italia dovrà presentare alla Commissione Ue tutti i giustificativi della spesa dei fondi strutturali – scrive Nando Santonastaso – per il periodo 2007-2013. Nonostante l'accelerazione dell'ultimo anno, secondo quanto riferito da Bruxelles restano ancora 7,8 miliardi da certificare: 5,3 per il Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale) e 2,5 per il Fondo sociale europeo (Fse). Ma la cifra sale a ben 13,6 miliardi se si considera anche la quota di cofinanziamento nazionale».

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