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Ma quale superclan?
«I Basilischi non sono mafiosi»

Basilicata

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POTENZA - Oltre all’idea del “superclan” lucano c’è poco: il progetto di un attentato all’esponente di un gruppo rivale, e quello - di incerta attribuzione - a un affiliato che aveva disubbidito al boss. Troppo poco per parlare di una quinta mafia.
E’ quello che sostiene la Corte di cassazione nella sentenza con cui a febbraio ha annullato con rinvio a Salerno la condanna per mafia ai 19 presunti esponenti della “famiglia” tutta lucana dei basilischi.
Le motivazioni dei giudici di piazza Cavour sono state depositate ieri e non evidenziano soltanto i “buchi” della decisione della Corte d’appello di Potenza. Ma esprimono anche dubbi sugli elementi alla base della stessa, considerati pochi e incerti. Con una considerazione di metodo che rischia di compromettere le accuse degli altri processi instaurati più di recente dall’antimafia lucana. Sulla disgregazione del “superclan” e i rapporti tra i suoi “reduci” e la politica, per cui sono imputati di concorso esterno anche l’ex vicepresidente della giunta regionale Agatino Mancusi e l’ex consigliere Luigi Scaglione.
La Cassazione riconosce l’esistenza di un «un progetto confederativo dei gruppi criminali residenti nel territorio potentino». E già qui sembra escludere che si estendesse anche al materano. Ma denuncia l’assenza di elementi a dimostrazione che quel proprosito si sia poi tradotto: «nella effettiva costituzione di una organizzazione autonoma da quelle da cui provenivano i suoi presunti affiliati, piuttosto che in un mero patto di alleanza tra clan criminali che conservavano la loro identità». Quindi: «in cosa sia effettivamente consistita la concreta operatività dell’inedito soggetto criminale».
«E’ da escludersi - obiettano i giudici - che l’intervenuta condanna in passato per tale reato di alcuni dei presunti membri del sodalizio sia di per sé un elemento sufficiente ad attribuire caratura mafiosa al sodalizio ipotizzato (...) corre l’obbligo di sottolineare che la natura mafiosa del sodalizio non è carattere ereditabile, ma che richiede, come detto, di essere sperimentato con riguardo al nuovo soggetto ipotizzato».
In altri termini la sentenza della Corte d’appello di Potenza non si sarebbe «posta il problema dell’effettiva proiezione esterna del nuovo soggetto (...) Il che è conseguenza soprattutto dell’incapacità dei giudici d’appello di rinvenire effettive prove della concreta operatività del presunto sodalizio»
Certo, c’è l’idea di un attentato ai danni di un esponente dello storico clan egemone sul capoluogo lucano. Ma «è appena il caso di evidenziare come un episodio isolato non possa certo ritenersi sufficiente a sostenere la prova».
Gli ermellini declassano a rango di prove secondarie l’intercettazione in cui il boss di Policoro Salvatore Scarcia parlava di unire i clan per realizzare la pace, mafiosa s’intende. Come pure la formula di giuramento trovata a casa del potentino Michele Danese che dimostrerebbe il progetto e niente più.
D’altronde nel maxiprocesso l’unico fatto di sangue attribuito alla famiglia “tutta lucana” è proprio l’agguato a Danese, che si sarebbe rifiutato di sfregiare la sorella, “colpevole” di aver tradito il boss Gino Cosentino. Eppure a parte il movente i giudici affermano che l’individuazione dei responsabili «appare effettivamente generica e irrimediabilmente lacunosa».
Non c’è il duplice omicidio dei coniugi Gianfredi, nel 1997, per cui sono ancora a processo in primo grado Cosentino e i vertici del “superclan”. Come pure i morti della faida del Vulture scatenata dalla costola melfitana dei presunti “basilischi”, subito dopo la fine dell’esperienza in comune.
L’inchiesta sulla mafia “tutta lucana” risale a luglio del 1996, 4 mesi prima dell’attentato a Danese, quando a Potenza venne ucciso un poliziotto, Francesco Tammone, incappato in un incontro al rione serpentone tra alcuni maggiorenti del nascente clan. La loro fuga a Policoro consentì di scoprire «l’asse» esistente tra la mala del capoluogo e quella della fascia ionica, mentre le intercettazioni in carcere portarono elementi sia sullo spaccio di droga che sui progetti di egemonia criminale in regione.
Per l’accusa di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di droga la Cassazione ha confermato la condanna in Appello rinviando a Salerno solo per la rideterminazione della pena con l’applicazione dell’indulto.

l.amato@luedi.it

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