Salta al contenuto principale

Majatica a grandi passi verso la dop
La Cia chiede tutele sui costi dell'operazione

Basilicata

Tempo di lettura: 
3 minuti 39 secondi

L’IMPEGNO del Governo a verificare l'iter e ad accelerare le procedure per il riconoscimento dop, in favore dell’oliva majatica di Ferrandina, accogliendo una richiesta degli olivicoltori associati, non è sufficiente se non sarà accompagnato da altre azioni a livello regionale in attuazione del nuovo Psr 2014-2020 intanto per evitare che i costi di certificazione della dop ricadano interamente sugli olivicoltori di Ferrandina e della Collina materana e perché contestualmente si sostenga l'oliva infornata di Ferrandina, che è prodotto di grande qualità e tipicità della Collina (Accettura, Aliano, Cirigliano, Ferrandina, Gorgoglione, Salandra, San Mauro Forte, Stigliano) con un forte potenziale di mercati.
A sostenerlo è la Cia della Collina, sottolineando che in quest’area l’olivo copre oltre l’80% della superficie coltivabile e la cultivar più diffusa è la majatica, che nei terreni argillosi di questa parte della valle del Basento ha trovato condizioni climatiche favorevoli: sia l’olio extravergine ricavato dai suoi frutti, sia le olive da mensa, “infornate” secondo un procedimento tradizionale molto particolare, sono prodotti ottimi.
«Oggi nell’organizzare la filiera olearia –afferma Paolo Carbone della Cia- dobbiamo superare la logica “difensiva” di come ripartire tra le diverse componenti i bassi prezzi spuntati sul mercato.
Dobbiamo, invece, pensare insieme prima di tutto a come “creare valore” e poi a ripartirlo con equità. La dop ci viene sicuramente in soccorso per superare i punti di debolezza della filiera olivicola: presenza massiccia di oliveti ultrasecolari e spesso obsoleti, di oliveti ubicati in terreni acclivi e in generale in ambienti pedo-climatici marginali; carenza di manodopera specializzata; assenza di lotta alle frodi; concorrenza estera spietata per prezzi bassi e ovviamente qualità bassa.
Il pacchetto di proposte della Cia Basilicata prevede una serie di azioni da sviluppare in maniera adeguata. Inoltre, l’Oprol (organismo di categoria degli olivicoltori) -continua- intende anche sviluppare una filiera commerciale. Un progetto triennale, che vedrà coinvolta l’associazione con tutti i suoi tecnici che saranno presenti nelle aziende agricole, nei frantoi, nelle sedi periferiche dell’Oprol, per estendere la dop evitando che a beneficiarne sia, dopo il Vulture, solo un’altra area territoriale.
L’olio lucano presenta proprietà organolettiche uniche, in virtù delle quali si colloca da tempo tra i protagonisti del ricco paniere di prodotti tipici e tradizionali che popolano la tavola locale. In particolare, l’olio extravergine di oliva sta percorrendo una linea di valorizzazione, di qualità e di distintività delle cultivar. Ampio è, infatti, il ventaglio delle varietà colturali presenti sul territorio regionale, precisamente ventisette, le quali si distribuiscono principalmente tra la zona del Vulture, delle colline materane, del Pollino e del Melandro. Tra queste, però, tre sono le varietà autoctone più rappresentative che si collegano alle aree olivicole omonime: l’Ogliarola del Vulture, la Majatica di Ferrandina e l’Ogliarola del Bradano.
La commercializzazione dell’olio lucano avviene sostanzialmente attraverso due canali principali: per le piccole realtà produttive la vendita dell’olio eccedente l’autoconsumo viene gestita direttamente dal produttore, il quale immette olio sfuso sul mercato locale o, in casi sporadici, cede oli vergini ed extravergini ai grossisti che hanno accesso al mercato nazionale; per le aziende di grandi dimensioni, invece, il tasso di autoconsumo decresce sensibilmente e il prodotto trasformato viene destinato perlopiù al mercato regionale e nazionale.
In genere, il prodotto trasformato è destinato per oltre il 60% al mercato locale, mentre il resto si divide tra autoconsumo, mercato regionale e nazionale. Solo il 3% è, invece, immesso sul mercato estero. Tre sono le tipologie di olio venduto in regione: 20% olio vergine, 46% olio extravergine e 34% olio extravergine biologico14. Più in particolare, circa il 55% dell’olio extravergine prodotto viene venduto in bottiglie e soprattutto in lattine e il restante 45% è venduto allo stato fuso. L’olio extravergine biologico viene venduto in bottiglie (circa 24%) o in lattine (circa 76%).
L’olivicoltura lucana negli ultimi anni ha avuto un impulso dinamico molto forte, sia per l’ammodernamento dei frantoi, sia per il consolidamento di vecchie varietà nelle zone di origine e, non per ultimo, per il miglioramento delle tecniche colturali, soprattutto per quanto riguarda la nutrizione, la difesa fitosanitaria, l’irrigazione e la raccolta».

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?