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San Carlo, un giorno nel reparto delle ferite aperte

Basilicata
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Nella foto: 
Una culletta del reparto di neonatologia
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POTENZA - «Non è vero che siamo senza cuore, ma se non ci mettono in condizione di fare il nostro lavoro e di curarli come meritano è meglio che i bambini li portino fuori regione. Tanto presto dalla Basilicata ce ne andremo anche noi».
C’è sconforto ma anche rabbia tra il personale del reparto di neonatologia del San Carlo di Potenza, a due settimane dalla chiusura della terapia intensiva neonatale, e dal blocco dei ricoveri per parti a rischio che ha coinvolto anche gli altri 4 punti nascita lucani (Matera, Policoro, Legonegro e Melfi).
Ieri è tornato in servizio anche il quinto dei cinque medici in forza al reparto, che il 19 agosto risultavano tutti assenti. Perché riprendano le attività della terapia intensiva neonatale, però, sembra che manchi ancora il via libera della direzione aziendale.
Dopo l’esplosione del caso, infatti, dai vertici del San Carlo non ci sarebbe più la disponibilità ad avallare una prassi di turnazioni al limite del massacro, per coprire i turni coi pochi medici a disposizione. In Regione va avanti, formalmente, l’inchiesta avviata dall’assessore regionale alla Salute, Rocco Leone, che ha liquidato i medici come persone «senza cuore», colpevoli di aver «abbandonato» i loro piccoli pazienti senza cure. Ma proprio questo cambio di atteggiamento della direzione aziendale pare la dimostrazione che forse, al di là dei sospetti sulle ragioni alla base delle assenze concomitanti dei 5 medici, la consapevolezza degli abusi perpetrati negli ultimi mesi rispetto alla disponibilità del personale del reparto ormai s’è fatta largo. Per questo adesso si teme che innalzare un’altra volta i livelli di stress nel sistema, senza meccanismi di compensazione, possa innescare lo stesso meccanismo che ha già portato alla sua rottura improvvisa.
«In questi mesi abbiamo fatto oltre 350 ore in più del dovuto per mantenere aperto il reparto», confessa, a condizione di anonimato, chi lavora all’interno della neonatologia.
«Per tenere aperto questo reparto ce ne vorrebbero 10 di medici con molti più infermieri di quelli che ci sono. Non ne bastano 5 col sostegno di qualche collega in prestito da un’altra azienda sanitaria, che è disponibile a effettuare soltanto alcuni turni e non altri».
Solo di fronte all’elencazione dei disagi per le famiglie costrette a seguire i loro piccoli bisognosi di cure in strutture di fuori regione, dotate di una terapia intensiva funzionante, i toni si smorzano. Assieme alla rabbia per quei colleghi di “fuori” che ricevono un compenso extra, appena aumentato di un terzo, per i turni aggiuntivi al loro normale orario di servizio prestati al San Carlo. Mentre chi vi lavora in pianta stabile e supera anche il numero massimo di ore di straordinario, come avviene ormai per prassi consolidata, non solo non riceve un euro in più ma non è neanche coperto dall’assicurazione in caso di problemi (tanto più frequenti quanto più dimiscono i periodi di riposo).
«Forse con 5 medici i turni si possono pure coprire. Ma se i posti letto in terapia intensiva fossero ridotti sarebbe meglio, perché qui chi è in servizio deve badare anche a tutti i bimbi appena nati che vengono monitorati per qualche giorno prima di tornare a casa».   
Intanto nei corridoi dove prima stazionavano i genitori dei bimbi prematuri non si sente più nulla, e nelle due stanze della terapia intensiva neonatale le luci restano spente.
«Vengono ancora fatte le pulizie e si potrebbero riprendere le attività in qualunque momento». Assicura chi ci lavora.
Le ferite, ad ogni buon conto, restano aperte: sia quelle di mesi di sfruttamento nell’indifferenza totale, o quasi, di chi doveva tutelarli; sia quelle allargate ulteriormente dall’atteggiamento di chi, di fronte alla crisi, ha pensato bene di puntare il dito sull’ultima ruota del carro, forse per allontanare i sospetti da sé.
«Abbiamo scritto tante volte delle nostre difficoltà, ma nessuno ci ha dato retta. Avremmo voluto protestare con più forza, ma non abbiamo potuto farlo per restare affianco ai nostri bambini e non essere accusati di averli abbandonati. Per questo siamo siamo andati avanti nonostante tutto, fino allo sfinimento».
Difficile che l’arrivo del nuovo primario, a metà settembre, possa bastare per lenire questo malessere covato per mesi.  
 

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