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La mappa del crimine lucano secondo la lettura della Relazione Dia relativa al primo semestre 2019

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Sotto i riflettori l’omicidio Grieco a Montescaglioso e le infiltrazioni nell’economia


«LA configurazione geografica della Regione Basilicata e una economia, in alcune aree, meno sviluppata, ha preservato per lungo tempo la regione dagli interessi delle mafie. Tuttavia, in tempi più recenti, si è registrata una sempre maggiore interferenza degli aggregati criminali confinanti – pugliesi, campani e calabresi – disposti ad interagire con le consorterie criminali locali per espandere i propri affari illeciti».
E’ quanto emerge dalla Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia nel primo semestre 2019. Un quadro generale – fa notare la Dia – confermato all’esito della Conferenza regionale delle Autorità di Pubblica Sicurezza, che si è tenuta a fine giugno 2019 da cui è emerso come «il territorio della regione Basilicata, ancorché lontano dai livelli di pericolo in atto in altre regioni, presenta tuttavia temibili formazioni autoctone in fase di ricompattamento e riorganizzazione oltre che evidenze di permeabilità da parte delle consorterie criminali delle regioni confinanti».
Gli investigatori non dimenticano fenomeni come le frodi alimentari, il caporalato e la criminalità straniera. Inoltre segnalano come l’incremento dei sequestri di stupefacenti, registrato nel 2018, sia «indice di una espansione del consumo delle droghe anche tra i più giovani». Sicché la Basilicata «oltre a costituire terra di transito per i traffici delle cosche calabresi e pugliesi», si confermerebbe anche «un’importante piazza di spaccio» in sé.
Le principali attenzioni, tuttavia, sono dedicate ai «recenti esiti investigativi, che danno conto di un’evoluzione della criminalità organizzata lucana che, in modo sempre più strutturato, tenta di infiltrare l’economia locale attraverso condotte di corruttela verso politici, funzionari pubblici e imprenditori compiacenti ovvero mediante il compimento di azioni intimidatorie».
Il riferimento è a quanto emerso dalle inchieste sulla mala del metapontino, che ha già portato allo scioglimento del Comune di Scanzano, ma anche al «salto di qualità» che sarebbe stato fatto dal crimine nel melfitano.
La Dia parla delle indagini sull’appalto per le luminarie natalizie (LEGGI LA NOTIZIA), in cui è rimasto invischiato persino il sindaco Livio Valvano, che avrebbe fatto emergere «dei casi di infiltrazione della pubblica amministrazione, nonché reati in materia elettorale e contro il patrimonio».
Non a caso sul centro federiciano pende ancora l’esito, incerto, dei lavori della commissione d’accesso inviata dal prefetto di Potenza per valutare l’esigenza, o meno, dello scioglimento anche di questo comune.
Più in generale, poi, per gli investigatori dell’Antimafia c’è da tenere in considerazione che «il recente sviluppo del settore turistico e di quello estrattivo (petrolio, ndr), nonché dell’intera filiera agroalimentare, può rappresentare un interesse da parte della criminalità autoctona ma anche delle mafie extraregionali». Ma «costanti violazioni amministrative e penali» si riscontrano anche in materia di «gestione del ciclo dei rifiuti, reati di natura ambientale, illecita raccolta di scommesse su eventi sportivi e gioco d’azzardo, sicurezza alimentare e nei luoghi di lavoro e lavoro nero».
Sulle dinamiche propriamente criminali la Dia evidenzia «la questione delle “giovani leve” emergenti che trovano il modo di ritagliarsi autonomi spazi di operatività in territori nei quali convivono con storici gruppi criminali». D’altro canto viene citato l’omicidio di Antonio Grieco a Montescaglioso, a maggio dell’anno scorso (LEGGI LA NOTIZIA), che «sembrerebbe indicativo di come questi ultimi siano strategicamente intenzionati a ripristinare i tradizionali assetti della criminalità e ad arginare l’ambizione dei più giovani criminali, specie nella gestione del mercato degli stupefacenti».
Quanto alla provincia di Potenza si segnalano: una possibile «osmosi criminale» con i clan campani, che sarebbe testimoniata dall’arresto nel capoluogo, sempre a maggio dell’anno scorso, «di un boss napoletano, appartenente al clan camorristico Formicola»; come pure una presunta collaborazione tra clan nelle estorsioni, e una brutta serie di incendi a Palazzo San Gervasio tra Venosa, Senise e Roccanova.
Nel Materano, invece, la Dia conferma la «forzata convivenza» tra gli «storici clan» e i «reduci del clan Schettino» a cui «si aggiungono il gruppo Russo e altre aggregazioni minori (come il gruppo Donadio), comunque contigui ai predetti più autorevoli clan».
Gli investigatori si soffermano sulla «progressiva crescita criminale del clan Schettino, che utilizza “metodi e strutture organizzative presumibilmente riprodotte da quelle dei gruppi calabresi della ‘ndrangheta” e che può contare su una grande disponibilità di armi e di risorse economiche».
«Un clan – insistono – che ha manifestato una forte attitudine a reinvestire i proventi illeciti in attività economiche gestite anche indirettamente, e a controllare il territorio con atti di forza, anche eclatanti, manifestando, peraltro, attraverso i social network la propria forza e coesione».
«La particolare capacità d’intimidazione del sodalizio – aggiunge infine la Dia – ha trovato conferma anche nelle minacce rivolte ad un giornalista».

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