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Gli ascensori di Marsico Nuovo

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POTENZA – Il sistema di ascensori nascosti in torrioni di vetro per collegare la parte più moderna e quella più antica di Marsico Nuovo (completato da parcheggio, auditorium e ludoteca annessi): «non potrà mai trovare utilizzazione nella sua interezza». Inoltre una parte delle strutture già realizzate e inaugurate in pompa magna nel 2015, grazie alle generose disponibilità di cassa per le royalty del petrolio estratto in paese da Eni e Shell: «sono abusive e andranno demolite (con ulteriori esborsi, ovviamente dannosi)». Perché nel comune che ospita la sede del Parco nazionale dell’Appennino lucano nessuno si sarebbe preso la briga di chiedere per tempo l’autorizzazione paesaggistica proprio al Parco nazionale dell’Appennino.

E’ questa la diagnosi impietosa degli inquirenti della Corte dei conti lucana.

Nei giorni scorsi il sostituto procuratore regionale ha chiuso una serie di accertamenti sul caso avviati da due anni a questa parte, dopo che anche la trasmissione Report, su Rai Tre, aveva acceso i riflettori sull’opera inutilizzata e le distorsioni, più in generale, nell’impiego delle royalty del greggio estratto in Val d’Agri.

Il risultato sono contestazioni di danno erariale per un ammontare di un milione e mezzo di euro. Una cifra, molto vicina a quanto già speso, destinata comunque a salire, in base agli ulteriori esborsi che si renderanno necessari per sanare la situazione e rendere fruibile quanto resterà in piedi del progetto iniziale. Al netto di qualunque considerazione, che pure non sarebbe del tutto fuori luogo, sulla minore utilità per la cittadinanza del risultato finale delle amputazioni dell’opera.

L’invito a dedurre, che è l’equivalente di un avviso di chiusura delle indagini in ambito penale, è stato notificato, in totale, a 12 persone tra tecnici e amministratori comunali in carica all’epoca dei fatti contestati, che si sono consumati, a vari livelli, tra il 2010 e il 2018. Per questo tra loro compaiono anche l’attuale sindaco, Gelsomina Sassano, già assessore della precedente giunta comunale guidata da Domenico Vita, e lo stesso Vita, attuale assessore della giunta Sassano.

Il grosso delle responsabilità, però, risultato addebitate al responsabile dell’epoca dell’area tecnica del Comune, l’ingegnere Antonio Colella, che rischia di dover restituire da solo qualcosa come mezzo milione di euro delle royalty impiegate per l’opera. Poi c’è il responsabile unico del procedimento amministrativo che ha portato all’apertura dei cantieri e tutto il gruppo dei progettisti e dell’ufficio di direzione dei lavori composto da Mafalda Votta, Antonio Maroscia e Carolina Vita.

«Il modus operandi dell’amministrazione – spiega il procuratore nel testo dell’invito a dedurre appena notificato – è stato sostanzialmente il medesimo nei due grandi tronconi d’opera qui d’interesse, creando dei percorsi viziati paralleli (ferma la diversità delle concrete fattispecie dannose) che, a loro volta, hanno condotto a un medesimo esito, ossia quello del mancato completamento, per quanto riguarda la tranche superiore, e del pressoché completo inutilizzo, per quanto attiene al troncone inferiore, delle strutture realizzate, che si trascina da diversi anni, perdura – a quanto consta a questo ufficio – a tutt’oggi (agosto 2020), e con ogni verisimiglianza sarà destinato a protrarsi, stante la sostanziale insolubilità dei profili critici che hanno determinato questa situazione, a meno di radicali (e a loro volta disutilmente onerosi) interventi di rimessione in pristino e di correzione dell’esistente».

Il procuratore parla di «svariate gravi inadempienze progettuali ed esecutive nella edificazione del più volte citato ampio intervento infrastrutturale (…), avvenuta in assenza di indispensabili provvedimenti autorizzatori, con conseguente edificazione di opere abusive, e caratterizzata, inoltre, pro parte dall’indebita approvazione di perizie di variante illegittime e foriere di irragionevoli maggiori esborsi».

In pratica, sempre stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, i controlli sulla compatibilità dell’opera col vincolo paesaggistico imposto al territorio del Parco nazionale dell’Appennino lucano, o «non furono mai effettivamente svolti; o (…) pur essendo stati espletati, in spregio delle risultanze si decise di soprassedere e procedere comunque». Col risultato che l’autorizzazione postuma concessa dalla Regione ha potuto sanare solo parte di quanto già realizzato, gli ascensori, a scapito di parcheggio, auditorium e ludoteca annessi.

«Come si sia potuto omettere di considerare il vincolo paesaggistico è questione affatto incomprensibile», insiste il sostituto procuratore, per cui è «di comune conoscenza ed esperienza che l’appartenenza ad un’area naturalisticamente protetta comporti vincoli, a volte molto stringenti».

«La situazione ad oggi – conclude l’invito a dedurre – è, di conseguenza, la seguente: l’opera è inutilizzata (e, peraltro, ad una osservazione anche atecnica inizia a mostrare i primi consistenti segni di degrado ed abbandono (…))». Colpa di «una modalità di azione amministrativa malaccorta, diseconomica e irrispettosa degli obblighi di legge», che secondo la procura della Corte dei conti «ha condotto a sostenere dei costi ingenti per un’opera socialmente e operativamente del tutto disutile».

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