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Una delle ultime proteste degli azionisti della Popolare di Bari

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POTENZA – Manca una sala sufficientemente grande per riuscire a ospitare 2.300 azionisti costituitisi parte civile nel processo per il crac della Banca Popolare di Bari. Oltre agli azionisti, provenienti da Basilicata, Puglia e Campania, prevista la presenza di circa 250 avvocati. Un numero di persone che – considerate le normative anti Covid – diventa assai difficile da riuscire a sistemare in uno spazio idoneo.

Sembra saltata l’ipotesi di celebrare il processo al cinema Showville di Bari e ora, in assenza di uno spazio idoneo, sembra possibile uno slittamento anche dell’inizio del processo – previsto per il prossimo 30 marzo – che vede imputati gli ex amministratori Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio rispettivamente ex presidente ed ex condirettore generale, accusati di aver falsificato per anni i bilanci e i prospetti e di aver ostacolato l’attività di vigilanza di Bankitalia e Consob.

Ed è questo uno dei timori più volte espressi dagli azionisti: il gran numero di persone e associazioni costituitosi parte civile rischia di far allungare i tempi processuali: «Ed è esattamente quello a cui puntano gli imputati: portare questo processo per le lunghe, puntando alla prescrizione». E sono in molti, infatti, a non credere che si otterrà giustizia da questo processo, per questo è stato sollecitato il nuovo management dell’istituto all’apertura «di un serio e concreto tavolo di conciliazione con i 60mila soci della Popolare di Bari, per evitare che tantissimi risparmiatori traditi debbano appellarsi ai tribunali per avere giustizia».

Quello che gli azionisti denunciano, tra l’altro, è anche il mercimonio che si è venuto a creare attorno alla loro tragedia: «associazioni, avvocati, tutti pronti a rappresentarci in un processo che alla fine si concluderà solo con ulteriori spese».

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