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Guardia di finanza

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POTENZA – Pensavano di ottenere la revoca degli arresti domiciliari, appena confermati dal gip, facendo intervenire un «non meglio precisato amico, che presta servizio quale giudice nell’ufficio giudiziario di Potenza». Lo stesso «amico» magistrato, che in passato avrebbe già «aiutato» un militare dell’Esercito, assolvendolo dall’accusa di appropriazione indebita.

C’è anche questo tra le intercettazioni per cui ieri mattina è stato trasferito in carcere Gianluca Santoro, imprenditore di Ruvo del Monte titolare di una ditta di vigilanza.
L’aggravamento delle misure cautelari è stato deciso, per una serie di violazioni del regime degli arresti domiciliari, anche nei confronti di un altro imprenditore, Gianvito Larotonda di Atella. Per entrambi, infatti, il gip Ida Iura aveva già spiccato, a gennaio, un’ordinanza restrittiva nell’ambito dell’inchiesta condotta dai militari dell’aliquota di polizia giudiziaria della Guardia di finanza di Potenza.

Inchiesta da cui erano emersi ammanchi da 2 milioni di euro dai conti correnti dei comuni di Ripacandida, Oppido Lucano, Genzano di Lucania e Cancellara, per effetto di una serie di bonifici con motivazioni di fantasia disposti in favore dei due imprenditori, più di un terzo finito in carcere, Antonio Mecca di Avigliano, dal suocero di Larotonda. Vale a dire quel Donato Cristofaro di Oppido Lucano, anche lui in carcere da gennaio, che a lungo aveva ricoperto il ruolo di responsabile del servizio di tesoreria offerto alle amministrazioni in questione dalla Banca di credito cooperativo di Oppido Lucano e Ripacandida.

A captare le parole sul presunto giudice infedele in servizio a Potenza sono state, in particolare, le microspie piazzate nell’abitazione di Santoro, da dove l’imprenditore avrebbe continuato a gestire i suoi affari senza farsi troppi problemi.

Nell’ordinanza eseguita ieri mattina il gip ripercorre la richiesta del pm titolare del fascicolo, Giuseppe Borriello, in cui si parla di una prima conversazione «di gravità allarmante», a fine gennaio, tra Santoro e suo fratello Pino, militare in servizio nell’Esercito.

Sarebbe stato quest’ultimo, d’altronde, a tirare fuori la storia del giudice «amico». Ma i due fratelli sarebbero tornati sull’argomento anche a febbraio, quando Pino ha prospettato una seconda volta a Gianluca l’«opportunità di rivolgersi a un soggetto non meglio identificato per risolvere la questione». Mentre in una successiva, ulteriore, conversazione ha fatto riferimento alla «possibilità di rivolgersi a un poliziotto per ottenere aiuto».

Gip e pm non svelano quale sia stato l’esito della caccia all’identità della toga chiamata in causa. E’ evidente, tuttavia, che ove fosse accertato un contatto, o qualcosa di simile, l’elenco delle contestazioni potrebbe allungarsi ed estendersi anche al fratello di Santoro e al suo «amico». La palla, quindi, passerebbe subito agli inquirenti della procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, che è l’ufficio competente per le indagini su magistrati in servizio nel distretto giudiziario lucano.

Tra le infrazioni costate a Larotonda il passaggio dagli arresti domiciliari al carcere c’è il contenuto di diverse conversazioni intercettate sui telefoni a lui in uso. sua abitazione.
In una di queste l’imprenditore avrebbe anche anticipato a un interlocutore l’intenzione di proseguire l’attività di una delle sue imprese. Per questo aveva già immaginato di costituire una nuova società e di avvalersi di due parenti come prestanomi.
l.a.

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