X
<
>

L'ospedale ecclesiastico "Miulli"

Share
3 minuti per la lettura

«SIAMO un ente ecclesiastico, non caritatevole». Monsignor Domenico Laddaga, già presidente dell’Associazione religiosa istituti socio sanitari Aris di Puglia e Basilicata, è delegato alla direzione dell’Ospedale dell’Ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti. Fa il punto sulla situazione dei rapporti di spesa con i territori vicini, con il tetto superato per i pazienti provenienti da Basilicata e Calabria e il prossimo blocco delle prestazioni.

«Se la Regione Puglia – spiega – non chiude nuovi accordi di confine con gli enti vicini, da lunedì non potremo più accettare pazienti provenienti da quelle zone, né per le prestazioni ambulatoriali e le terapie, né per i ricoveri. Sia la Basilicata che la Calabria devono trovare l’accordo con la nostra regione, abbassare i tetti di spesa di spesa con altri territori e innalzare quelli nei nostri confronti, altrimenti non ce la facciamo. C’è già un’interlocuzione. Abbiamo già speso un milioni di euro oltre il budget disposizione, il 50 per cento del quale è composto da spese vive».

Il rischio è quindi il blocco dell’accettazione di ingressi dai territori vicini, si pensi a chi dal materano (Matera dista soli 35 chilometri) si muove fino ad Acquaviva per sottoporsi alla radioterapia. Diversamente dovrebbe arrivare a Rionero in Vulture, ancora più distante.

O chi ha necessità di essere ricoverato. Non potrà più essere accettato, tanto meno per le prestazioni di Day Service e di specialistica ambulatoriale. Non solo. Rischiano di saltare anche le prestazioni attualmente già prenotate che non potranno essere soddisfatte.

Quelle verso pazienti provenienti dalla Basilicata e dalla Calabria rappresentano il 10 per cento del totale delle prestazioni dell’ospedale pugliese, vale a dire all’incirca 3 mila ricoveri, e quindi persone, e 10 mila attività ambulatoriali l’anno, per un valore di spesa di 15 milioni di euro in totale.

«Per riattivare i servizi sono necessari – spiega ancora Laddaga – 1 milione e 300 mila euro per i lucani e circa 700 mila euro peri calabresi, per un totale di 2 milioni e 300 mila euro. Se consideriamo che oltre un milione lo abbiamo già anticipato in quest’ultimo mese, con circa 500 mila euro di spese vive, arriviamo a oltre 3 milioni di euro».

Un problema che, secondo la direzione del Miulli, si trascina da almeno cinque anni. Perché i parametri stabiliti per i tetti di spesa nella mobilità passiva con le due regioni interessate risalgono alla finanziaria del 2016 e quindi fotografano una situazione di bilancio dell’anno precedente. Radioterapia, chirurgia oncologica e cardiologia, terapia e chirurgia al pancreas e altre neoplasie addominali, elettrofisiologia e radioterapia, nonché ortopedia, sono le prestazioni più richieste dalla Basilicata e dalla Calabria.

«È un sistema – aggiunge Laddaga – che privilegialo sviluppo delle strutture del Nord e penalizza quelle meridionali. Nel frattempo il nostro ospedale è stato abilitato per la radioterapia che ha così incrementato le richieste soprattutto dalla Basilicata. Richieste che aumenteranno il prossimo anno perché siamo stati già autorizzati per la Pet che attiveremo nel 2022. Il tetto di spesa della Basilicata verso di noi è quindi fermo a 6 milioni di euro e quello della Calabria a 4. Il problema si risolve se con accordi di confine le rispettive Regioni danno la possibilità ai propri cittadini di usufruire delle nostre prestazioni, considerando che oramai con la stessa somma assicuriamo la stessa qualità, efficacia ed efficienza di regioni del Nord come Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, spostandosi però in una struttura più vicina».

Share

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

Share
Share
EDICOLA DIGITALE