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Il presidente di Sogin Spa, Luigi Perri

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È slittata al secondo semestre 2022 la formalizzazione del sito prescelto per ospitare il Deposito unico nazionale delle scorie nucleari, che dovrebbe essere già operativo nel 2030, se ci saranno auto candidature delle regioni interessate.

Sono queste le principali date del cronoprogramma comunicato martedì dai vertici dalla Sogin (Società italiana per la gestione degli impianti nucleari), durante l’audizione in Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati (Commissione Ecomafie).

Il presidente di Sogin Spa, Luigi Perri, e l’amministratore delegato della società, Emanuele Fontani, hanno consentito alla Commissione di approfondire la gestione dei rifiuti radioattivi, a cui è dedicata anche la relazione approvata il 30 marzo scorso. Dei 67 siti nazionali individuati come sede potenziale del Deposito in sette regioni, ben 17 sono in Basilicata, quasi tutti nel Materano.

Gli auditi hanno fornito informazioni in merito alla Cnapi (Carta delle aree potenzialmente idonee) e al progetto del Deposito nazionale per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e per lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi a media e alta attività. Attualmente è in corso la consultazione: sono pervenute a Sogin 88 richieste di informazioni e 113 osservazioni (riguardanti soprattutto questioni di idoneità delle aree).

Si sono, inoltre, registrati tre ricorsi al Tar e tre richieste di accesso agli atti. Gli auditi hanno dichiarato come nelle consultazioni sia stata sollevata la questione della mancanza di un organo terzo nella gestione del processo. A questa istanza, secondo quanto riferito, si potrebbe fare fronte attraverso la costituzione di una commissione, o un comitato tecnico-scientifico.

I vertici di Sogin hanno spiegato che al termine dell’iter di consultazione si aprirà la fase del seminario nazionale: durerà tra i 30 e i 60 giorni, con sessioni di tre-quattro giorni ciascuna in ognuna delle sette regioni interessate. Concluso il seminario, verrà elaborata la Cnai (Carta delle aree idonee), oggetto di valutazione e nulla osta da parte dei ministeri competenti. In quel momento potranno poi essere presentate delle autocandidature da parte di territori interessati a ospitare il deposito.

Un particolare, quest’ultimo, piuttosto accademico, perché difficilmente ci sarà una regione pronta a candidarsi. Sono stati valutati quali possibili fattori di rallentamento del processo di costruzione del deposito rischi autorizzativi per ritardi amministrativi, rischi di localizzazione connessi alla mancanza di auto candidature e rischi nella realizzazione dell’opera. Rispetto alla futura accettabilità nel deposito di rifiuti prodotti prima della sua costruzione, gli auditi hanno riferito che Sogin ha definito dei criteri di accettazione generali. Una volta individuata l’area idonea, questi saranno oggetto di una verifica finale in relazione al sito prescelto.

Secca la replica dell’associazione lucana “ScanZiamo le scorie”, secondo cui: «La risposta al quesito, posto dal senatore lucano sul rispetto del criterio di esclusione 14 (CE 14) della guida Ispra per l’individuazione delle aree potenzialmente idonee, manifesta chiaramente la chiusura al dialogo e alle osservazioni dei territori sulla Cnapi. Probabilmente hanno già le idee chiare e non serve aprire un confronto – dichiara Pasquale Stigliani, portavoce di ScanZiamo le Scorie – La posizione di Sogin è una pronuncia contraria rispetto a quanto asseriamo nell’osservazione pubblicata sul nostro sito www.scanziamolescorie.eu, nella quale si riscontra l’applicazione errata del criterio da parte di Sogin. Ribadiamo che la metodologia adottata per l’applicazione del criterio da parte di Sogin, oltre a presentarsi una scelta irrazionale, si fonda su motivazioni illegittime ed in contrasto con quanto indicato dallo stesso criterio di esclusione Ce14 e dalle indicazioni generali dell’International Atomic Energy Agency (Iaea). L’applicazione corretta avrebbe dovuto invece disporre l’esclusione di 11 aree (tutte in Basilicata) su 17 di quelle individuate».

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