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L’ad Eni Claudio Descalzi

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«LA crisi ci porta a guardare allo sviluppo di nuove filiere domestiche, a partire dalla valorizzazione dei nostri asset esistenti in Italia, il rilancio di alcuni filoni domestici avrebbe un chiaro impatto positivo sull’occupazione»: per l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, «per la futura fase di riavvio dell’economia del Paese questo vuol dire valorizzare i nostri asset per la produzione di gas. Dobbiamo poi accelerare lo sviluppo della chimica da rinnovabili, ponendoci sulla filiera completa del valore».

Parole che, nel giorno dell’assemblea degli azionisti dell’Eni, inducono Legambiente Basilicata a puntare nuovamente a il dito contro l’azienda controllata dallo Stato e «nemica del clima». «La strategia di Eni contenuta nel piano di decarbonizzazione al 2030 e al 2050 si basa sostanzialmente su gas (che è un combustibile fossile) e su confinamento geologico della CO2. Pertanto, nonostante le dichiarazioni dei giorni scorsi del neo-confermato ad Descalzi, secondo il quale “l’azienda continua a perseguire con fermezza la strategia di lungo termine coniugando la sostenibilità economica con quella ambientale, per costruire una nuova Eni, in grado di crescere nella transizione energetica fornendo energia in maniera redditizia e, al contempo, ottenendo un’importante riduzione dell’impronta carbonica”, per Legambiente l’azienda è ben lontana dalla svolta green di cui parla».

Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, attacca: «Non abbiamo letto del processo per disastro ambientale in Val d’Agri in Basilicata partito da un nostro esposto, della perdita di petrolio per mesi nel pozzo a Ragusa in Sicilia, degli spiccioli destinati alle rinnovabili rispetto a molte altre oil companies».

Antonio Lanorte, presidente di Legambiente Basilicata, rilancia la richiesta dell’«avvio immediato di un grande processo di graduale dismissione delle attività e di riconversione produttiva verso comparti moderni e sostenibili “oltre” il petrolio, capace di incrementare gli attuali livelli occupazionali, recuperando nel contempo una percezione diffusa a livello locale delle reali potenzialità del territorio. Questa – continua Lanorte – è la vera sfida dei prossimi anni a cui è chiamata l’intera Regione Basilicata e la stessa Eni che, dopo venti anni, dovrebbe cominciare a restituire al territorio almeno parte di quanto, ed è tanto, ha ricevuto da esso». Ma – incalza – «senza cedere ad operazioni di greenwashing sul modello del progetto Energy Valley di Eni, per intenderci, vale a dire investimenti (nel caso specifico anche molto limitati sul piano finanziario) articolati in interventi quasi tutti funzionali all’attività del centro Oli Eni: quindi in sostanza un investimento “pro domo sua”. Servono progetti reali di riconversione produttiva che puntino sulle rinnovabili, sulla bioeconomia e la chimica verde e impegni concreti sotto la regia della Regione Basilicata».

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