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Il centro olio "Tempa Rossa" della Total a Corleto Perticara

Tempo di lettura 4 Minuti

POTENZA – La transizione energetica per la Basilicata potrebbe voler dire due cose antitetiche: transizione verso un futuro di speranza o transizione verso il niente.

“Transizione energetica” è semplicemente il passaggio dalle fonti energetiche non rinnovabili a quelle rinnovabili. A imporla è il mutamento climatico in atto, emergenza planetaria che la pandemia ha fatto passare momentaneamente in secondo piano ma che più che mai allunga le sue ombre sull’avvenire.

La Basilicata nel sottosuolo ha il maggior giacimento d’idrocarburi su terraferma d’Europa. O forse lo ha avuto. E’ dalla fine degli anni Novanta che le compagnie petrolifere tirano su senza sosta (o quasi) litri di greggio e metri cubi di gas. E’ appunto una risorsa che non si rinnova, se non dopo millenni di trasformazione della materia biologica in composti di carbonio e idrogeno. Potrebbe essere – e lo si è detto più volte – che non ce ne sia più tantissimo. E chissà nei giacimenti di Tempa Rossa.

Gli idrocarburi non sono certo puliti. La Basilicata lo sa bene: da quando le autocisterne cariche di greggio disseminavano chiazze di greggio sulla Ss 585 Fondo Val d’Agri – negli anni in cui non esisteva ancora l’oleodotto per Taranto – e a volte si ribaltavano riversando il liquido sui terreni sino allo sversamento di 400 tonnellate di petrolio nel sottosuolo a Viggiano fra 2016 e 2017. Per non parlare delle paure sulle emissioni e sulle fiammate del Centro Olio (oggi i centri sono due) mai fugate da una sorveglianza ambientale pubblica che non ha mai convinto.

Il petrolio è sporco e fa parte di un mondo che teoricamente tende a scomparire. Solo teoricamente, certo: ma l’obiettivo ufficiale è quella di sostituirlo al più presto.

Per questo le multinazionali del settore – società che hanno nel loro ideale stendardo una trivella in campo d’oro – si affannano a far sapere che per loro il petrolio è storia di ieri e che le loro strategie parlano solo di sole e vento. Basti vederne in tv o sul web gli spot – ad esempio, quelli dell’Eni – in cui garriscono le rondini e svolazzano le farfalle su paesaggi verdi e immacolati.

Non è detto però che le multinazionali – aziende in cui di solito i dividendi interessano più dei ghiacci che si sciolgono ai poli – non puntino davvero a trasformarsi in società dedite alle energie pulite. Per profitto, certo, ma almeno ne verranno vantaggi per il pianeta Terra.

L’andamento delle borse degli ultimi tempi mostra una tendenza sempre più marcata della finanza mondiale ad alzare il mignolo e giudicare gli affari energetici del passato come “out”.

La Basilicata in tutto questo si presenta: 1) dipendente dalle royalty petrolifere (basti ricordare la legge regionale del 2014 con cui si “evade” dal Patto di stabilità coi soldi del petrolio, censurata della Corte dei conti; lo studio nel 2016 di Davide Bubbico dell’Università di Salerno che, sull’utilizzo delle royalty nei bilanci scrive: «Si è passati, rispetto al totale delle entrate, da una incidenza del 3,1% del 2010 al 9% del 2014. I dati del trienni 2010-2012 confermano, inoltre, che questa più elevata incidenza non si è riversata solo sulla spesa in conto capitale, ma anche sulla spesa corrente»; le conclusioni nel 2017 della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti); 2) ancora incapace di elaborare un’analisi della situazione e una programmazione consequenziale (la polemica fra la maggioranza retta da Vito Bardi e l’opposizione sul mancato rinnovo degli accordi petroliferi con le compagnie mostra che in Regione non si pensa a una strategia di uscita dagli idrocarburi e dalle royalty). Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, in un’intervista al Corriere della Sera del 10 giugno scorso aveva dichiarato: «Ricerca ed esplorazione rimarranno, ma dal 2025 la produzione diminuirà progressivamente, con una incidenza sempre maggiore del gas naturale, la più pulita delle fonti fossili, e sempre minore del petrolio».

Davanti a questo scenario in cui la dipendenza dai soldi del petrolio rischia di lasciare le casse regionali scoperte, l’unica è mettersi al tavolo con le compagnie e barattare gli ultimi anni di estrazioni con gli impegni (scritti) a portare qui in Basilicata gli investimenti che i giganti del petrolio promettono nelle fonti rinnovabili. Volete continuare a prendere il petrolio? E allora dovrete rendere la Basilicata perno di almeno una parte delle nuove attività ecocompatibili che realizzerete. Basta con la Basilicata “Texas d’Italia”, sì a una Basilicata che guardi alla California, quanto meno a quella che aspira a diventare la casa delle energie verdi nel mondo.

Prima di farlo, ovviamente, l’ente Regione dovrà fornirsi di uffici a prova di multinazionale: là ci sono uomini abituati a trattare con plenipotenziari di Paesi esteri, gente dura e rotta a ogni confronto. Per affrontarla ci vogliono funzionari formati in modo specifico.

E poi mettersi a tavolino e costruire il futuro della Basilicata passando sul solido ponte – e non sul traballante viadotto – della transizione energetica.

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