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MATERA – Non hanno retto, davanti al tribunale del Riesame, le accuse a carico di alcuni degli indagati lucani, arrestati lo scorso 20 giugno dai militari della Guardia di finanza, nell’ambito dell’operazione denominata “Demetra”, che ha sgominato un presunto giro di caporalato tra Calabria jonica e Basilicata metapontina (LEGGI LA NOTIZIA). Infatti, il tribunale di Catanzaro e quello di Cosenza, accogliendo in toto le richieste dell’avvocato Gianni Di Pierri di Policoro, hanno annullato sia le ordinanze di arresti domiciliari che i sequestri, disposti dal Giudice per le indagini preliminari di Castrovillari, a carico di alcuni fra gli imprenditori agricoli accusati di sfruttamento di operai stranieri attraverso l’intermediazione dei cosiddetti caporali.

“E’ stata ristabilita subito la verità e riscattata in pieno la dignità e la correttezza dell’operato di agricoltori seri, laboriosi e assolutamente rispettosi della legge”, ha commentato l’avvocato Di Pierri, difensore di Felice Giovinazzo, Concetta, Francesco e Rosa Carlomagno, oltre a Zejnilagie Refija, tornati subito alla normalità dopo quello che il legale definisce: “Un vero e proprio incubo. Era giuridicamente assurda, l’accusa rivolta ai miei assistiti – rimarca Di Pierri – e vergognoso lo sciacallaggio che ne è derivato, per fortuna da parte di pochissimi malinformati. La teoria sul caporalato del Gip di Castrovillari è stata totalmente smantellata dai tribunali del Riesame di Catanzaro e Cosenza, che hanno ritenuto palesemente insussistenti gli indizi di reato a carico dei miei assistiti e di altri indagati. Sono felice per loro; sono persone perbene che si piegano ogni giorno a lavorare sui terreni, esperienza che, come spesso sostengo, dovremmo fare in molti. E’ gente che non farebbe del male a una mosca e che impronta la propria vita al sacrificio ed al rispetto, nutrendosi di valori profondi, figuriamoci se si sognavano anche per un istante di maltrattare o sfruttare i braccianti”.

L’operazione era partita il 20 giugno scorso tra le province di Cosenza e Matera, e aveva visto l’impiego di oltre 300 finanzieri del Comando provinciale di Cosenza, i quali con l’ausilio dei militari dei reparti di Catanzaro e Crotone, avevano dato esecuzione a 60 misure cautelari. Le ordinanze erano state emesse emessa dal Giudice per le indagini preliminari del tribunale di Castrovillari, Luca Colitta, su richiesta del Sostituto procuratore della Repubblica, Flavio Serracchiani, a carico di 60 persone, indagate di associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (“caporalato”) e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Delle 60 misure cautelari emesse ne sono state eseguite 52.

Quattordici delle persone coinvolte sono state portate in carcere ed altre 38 sono andate ai domiciliari. Per altre 8 persone è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Delle 14 aziende agricole sequestrate, 12 in Basilicata e 2 in provincia di Cosenza per un valore stimato in quasi 8 milioni di euro. Sotto sequestro anche 20 automezzi utilizzati per trasportare i braccianti agricoli che venivano reclutati per lavorare nei campi.

Le indagini sono partite da un controllo effettuato dalle Fiamme gialle di Montegiordano (Cs) a un furgone, fermato sulla Statale 106, che trasportava sette braccianti agricoli provenienti dalla zona della Sibaritide. Le indagini avevano consentito di identificare numerose persone, sia italiani che di nazionalità pakistana, magrebina e dell’Est Europa, che secondo la tesi accusatoria, avevano messo in piedi una fiorente attività di sfruttamento illecito della manodopera nella piana di Sibari. Pedinamenti ed intercettazioni sono durati più di un anno, e si sono avvalsi di localizzazioni attraverso il sistema Gps, acquisizioni documentali e di informazione. Le fonti di prova acquisite, tra cui tante intercettazioni telefoniche ed ambientali, non hanno retto davanti al Riesame, quindi non resta che attendere la decisione sull’eventuale rinvio a giudizio, o proscioglimento degli indagati.

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