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LESIONI colpose ai danni di un lavoratore esposto all’amianto, per l’asbestosi polmonare a lui riscontrata.

È questa l’accusa, con la quale il giudice monocratico del tribunale di Matera, ha condannato tre ex dirigenti della multinazionale “Italcementi”, in servizio nella sede materana, a tre mesi di reclusione. In sede civile, gli imputati sono anche stati condannati al risarcimento delle due associazioni “Medicina democratica” e “Associazione italiana esposti all’amianto” della Valbasento (Aiea-Vba), con 30mila ciascuno. Secondo l’accusa, come ha spiegato Mario Murgia, presidente di Aiea Vba, nello stabilimento materano c’era una importante presenza di fibra di amianto, come dimostrano i ripetuti interventi di bonifica, che si sono resi necessari per la rimozione di coperture e coibentazioni, evidentemente realizzate quando la micidiale fibra non si riteneva pericolosa per la salute dell’uomo e per l’ambiente.

Di diversa opinione sono i vertici di Italcementi, che preannunciano ricorso in appello avverso la sentenza di primo grado, evidenziando che l’amianto non è mai stato presente nei processi di lavorazione della fabbrica e che l’operaio in questione non si sarebbe ammalato di asbestosi, conseguente all’esposizione alla fibra cancerogena, bensì di una fibrosi polmonare dovuta ad altre cause.

Italcementi ritiene che non siano stati adeguatamente «presi in considerazione, fra l’altro, due aspetti fondamentali. -si legge nella nota diffusa ieri dall’ azienda- Il primo è che, come è stato ampiamente documentato, nel ciclo di produzione del cemento, a Matera e altrove, non è mai stato utilizzato amianto. Il secondo aspetto riguarda l’ampia documentazione medico-scientifica presentata dai tre ex dirigenti e dall’azienda e tesa a dimostrare che non si è trattato di asbestosi polmonare derivante da amianto, quanto piuttosto una fibrosi polmonare da attribuire ad altre possibili cause. Per questi motivi, la società e i suoi tre ex dirigenti sono determinati a sostenere le proprie ragioni in ogni grado di giudizio».

Le due associazioni parti civili attendono intanto le motivazioni della sentenza di primo grado, esprimendo soddisfazione, «per il riconoscimento delle responsabilità degli imputati per i reati contestati. Ancora una volta -concludono- la forte partecipazione delle associazioni, che si battono da anni contro le nefandezze legate all’utilizzo scellerato del pericoloso minerale, ha contribuito a una nuova vittoria. Una vittoria pur sempre dolorosa, che però allo stesso tempo rafforza l’impegno delle associazioni sul territorio e a livello nazionale nel dar voce alle sofferenze e alle morti silenziose dei tanti lavoratori esposti all’amianto».

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