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Carmen Federica Lopatriello

Tempo di lettura 3 Minuti

MARCONIA – È un quadro inquietante, quello che emerge dalla bacheca Facebook di Carmen Federica Lopatriello, la 26enne accusata di aver ucciso il nonno Carlantonio lo scorso 7 gennaio (LEGGI LA NOTIZIA) nella sua abitazione di via San Giovanni Bosco a Marconia, da lunedì mattina detenuta nel carcere femminile di Trani (LEGGI LA NOTIZIA).

Un delitto efferato, con 26 coltellate al torace del povero 91enne e 11 bastonate alla testa. La donna voleva uccidere a tutti i costi quel povero anziano indifeso, ma fisicamente ancora forte, che forse resisteva a quell’impeto omicida. Il movente sarebbe un forte dissidio con il nonno a cui lei faceva praticamente da badante, perché da qualche tempo la ragazza aveva iniziato una relazione con un giovane di Policoro, evidentemente sgradito a Carlantonio.

Forse il nonno le aveva fatto capire che non l’avrebbe più gratificata con l’eredità, oppure altri riferimenti di tipo economico potrebbero aver scatenato quella furia, tra le 13 e le 14 di quel 7 gennaio maledetto. Poco tempo prima, lei compariva sorridente ed affettuosa con il “nonnino”, in occasione dei suoi 91 anni.

La giovane donna, come ci riferiscono fonti investigative, ha mantenuto la massima freddezza durante gli interrogatori, arrivando persino a negare il possesso di quelle scarpe da ginnastica lavate con la varichina e scuoiate alla suola, che lei ha abbandonato lungo la Provinciale Destra Basento, subito trovate ed analizzate dalla Polstato che la stava monitorando.

«Non sono mie quelle scarpe -ha detto- le mie sono a casa del nonno». Tutto falso, ovviamente, perché le scarpe a casa del nonno non c’erano e le impronte sul sangue del povero nonno erano state impresse proprio da quella suola. Poi la lucida operazione di non consegnare alla polizia i frame del filmato, ripreso nella sua abitazione quando usciva con quei vestiti e quelle scarpe Adidas di colore fucsia. Ma ad inchiodarla è stata l’ora della morte, collocata dall’autopsia tra le 13 e le 14, quando lei era ancora a casa del nonno, avendo dichiarato prima che alle 12.30 gli aveva preparato il pranzo.

Carmen è evidentemente una personalità complessa, capace di slanci di generosità ed altruismo, come testimonia la sua febbrile attività nel gruppo cittadino di Protezione civile, ma anche di esplosioni di violenza, con un’attenta cura nel nascondere le prove. Solo l’ottimo fiuto investigativo degli agenti della Polstato di Matera e Pisticci, ben coordinati dalla pm Annunziata Cazzetta, ha permesso di cristallizzare fonti di prova straordinarie, con riscontri scientifici, che inchiodano la ragazza. In questi sette mesi, ha condotto una vita quasi del tutto normale, come se nulla fosse, preoccupandosi solo di gestire le domande ficcanti poste dagli inquirenti, i quali dal primo giorno le avevano messo gli occhi addosso.

Lei aveva lanciato l’allarme la sera del 7, dicendo di non riuscire più a parlare con il nonno al telefono. Ma perché non era andata lei a casa del nonno per verificare se fosse successo qualcosa? L’indice di questi sette mesi di una vita tranquilla, seppure con un macigno sulla coscienza, emerge dalla sua bacheca Facebook, che registra uno strano stop proprio a ridosso dell’omicidio, tra il 24 dicembre 2019 e il marzo 2020.

Da quest’ultima data, i suoi post, con lo pseudonimo di Cãrmen Fëd, lasciano intravedere l’aspetto più buono ed altruista di Carmen. Era lei che, in piena clausura da Covid, consegnava beni di prima necessità, spesa e medicine ad anziani soli non autosufficienti. “Noi ci siamo, chiama, chiedi, arriviamo!”, scriveva il 20 marzo lasciando il suo numero di cellulare.

Il 24 marzo postava la foto del suo Husky, con la scritta: “Te l’ho già detto che ti amo?”. E poi il 22 maggio veniva ripresa in un filmato della Prociv con tanto di divisa e il suo immancabile caschetto di capelli mori, consegnare pacchi di pasta nei condomìni. Scene di ordinaria bontà, ma con l’anima nera di un’omicida. L’8 luglio scriveva sulla sua foto profilo: “Non sempre sarai ripagato dello stesso bene che hai donato, ma sappi che alla lunga il bene paga sempre”.

Una frase che dà i brividi, se si conosce il peso sull’anima di chi la scrive.

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