X
<
>

La terapia intensiva del Madonna delle Grazie di Matera

Tempo di lettura 4 Minuti

MATERA – Gli occhi sono arrossati, la pelle secca dopo ore con doppi guanti in lattice e ricorso frequente al liquido igienizzante, gli abiti zuppi di sudore. Descrivere le condizioni di lavoro di medici e infermieri nel reparto di terapia intensiva del Madonna delle Grazie di Matera è come un viaggio nel tempo. I 12 mesi trascorsi dall’inizio della pandemia a oggi sembrano uno scherzo del destino, tutto è ancora cristallizzato in quelle tute bianche e celesti che ormai sono il simbolo del contagio e che si muovono ogni giorno in turni che sforano quasi sempre. Il direttore dell’unità operativa semplice dipartimentale di terapia intensiva Francesco Romito, è un fiume in piena. «Il nostro lavoro è cambiato radicalmente, non è più quello per cui avevamo studiato all’Università. Oggi quando andiamo a lavorare ci prepariamo come facevano i gladiatori e ci concentriamo per affrontare il virus e la morte; siamo stati catapultati in uno scenario di guerra. La nostra forza è l’unione che coinvolge medici, infermieri e tutto il resto del personale che non si è risparmiato nemmeno per un attimo e diventa così la spina dorsale di questo luogo».

Non è la malattia in sè a far paura ma il fatto che sia infida. «Non ha regole e ci lascia ogni volta senza parole – aggiunge sottolineando che sempre più spesso sono le parole in libertà di molti a avere ricadute sull’opinione pubblica e sul concetto fondamentale che contro il Covid ci sono regole che vanno sempre rispettate. Gli fa eco Francesco Dimona, direttore del dipartimento di emergenza e dell’Unità operativa complessa di anestesia e rianimazione: «Ci sono pochi infermieri e pochi medici – spiega subito – che lavorano con grandissimo impegno e coinvolgimento personale». Rispetto alla prima ondata di un anno fa sono aumentati i ricoveri e l’incidenza del virus sfiora il 50%, effetto in particolare della variante inglese che si diffonde in modo più serio. Attualmente i ricoverati in terapia intensiva sono nove, ma preoccupano i pazienti che si trovano in pneumologia e infettivi che sono più di 60 tra i quali alcuni potrebbero essere trasferiti. L’attuale disponibilità è di 11 posti letto ma temo che presto dovremo aumentarla».

Affrontare ogni giorno un nemico totalmente imprevedibile non è semplice: «La pandemia ha evidenziato le difficoltà di un sistema in tutto il Paese – aggiunge Francesco Romito – e a risentirne sono le fasce deboli perchè, ricordiamolo, gli infarti e molte altre malattie non si sono mai fermate».
Tra gli effetti deleteri del Covid c’è quello di aver fatto crollare il distacco professionale dei medici, la capacità di non farsi coinvolgere nelle storie dei pazienti che si curano ogni giorno. I medici che ora seguono pazienti per decine di giorni consecutivi, così come l’esercito silenzioso degli infermieri e del personale delle terapie intensive, sono ormai totalmente assorbiti dai quei nomi, dalle loro storie, dalle famiglie. «Non si riesce a spiegare – prosegue Romito – cosa vuol dire raccontare a un parente, al telefono, quali sono le condizioni del padre, del fratello o della sorella. Solo nei casi migliori, grazie a una donazione che è stata fatta, possiamo utilizzare i tablet per far comunicare visivamente famiglie e pazienti, ma spesso sono solo le nostre parole a descrivere quello che accade, anche quando la notizia è quella del decesso di un familiare».

Un colpo all’emotività dei medici che ormai è impossibile attutire e che si aggiunge alla pressione quotidiana e all’incapacità di eliminare un carico sempre più pesante. «Ogni paziente, quando muore, diventa una parte di noi da cui ci dobbiamo distaccare – aggiunge Francesco Dimona – Di solito un evento come questo, per noi, dovrebbe essere prevedibile, ma quella distanza si è assottigliata molto. L’elemento psicologico non si può sottovalutare infatti con l’Ordine dei Medici abbiamo sottoscritto un intesa con l’Ordine degli psicologici, impossibile però da sviluppare per l’impossibilità di realizzare gli incontri in presenza».

E i conti con la coperta troppo corta, per ora, si muovono su numeri ridotti: i medici rianimatori in servizio, attualmente sono 12, due sono anestesisti che lavorano anche in oncologia; gli infermieri sono meno di 40 che garantiscono un rapporto per posto letto che è molto alto. «L’Asm, d’altro canto sta facendo ogni sforzo – prosegue Dimona – per reclutare medici ma siccome la carenza è nazionale, a volte capita che i colleghi preferiscono sedi vicine alle loro città».
Dalla corsia, nel frattempo, l’appello ai cittadini è molto forte: «Basta un attimo di distrazione perchè il virus colpisca e una volta entrato nell’organismo – spiega Francesco Romito – non ci sono regole fisse: alcune famiglie sono state devastate dal Covid, altre solo sfiorate e la stesso discorso vale per i sintomi. La guardia non va abbassata mai, nemmeno dopo aver fatto il vaccino. E’ fondamentale capire bene la differenza fra la profilassi e la terapia: la prima è quella che previene la terapia che, al contrario è quella che cura».

Il punto di svolta sta, spesso, nel segnale fondamentale che un contagiato nota. »Sembra ci sia una sorta di reticenza alla quarantena – aggiunge Romito – come se ci si vergognasse di essere positivo e il momento in cui ricorre alle cure ospedaliere poi arriva quando è tardi. Non bisogna tentare di allontanare il problema, fermo restando il rispetto delle regole fondamentali, quelle legate al distanziamento che valgono sempre e proteggono da qualsiasi rischio».
Il tempo è andato avanti e gli impegni in corsia non possono aspettare perchè, tutti uniti, medici, infermieri e personale devono tornare, come combattenti, nell’arena.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA