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Ecco chi era Antonio Luongo, il gigante buono che portò sulle spalle il peso della politica lucana

Basilicata
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La copertina di «Stagioni»
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POTENZA – Trenta testimonianze zero pettegolezzi: nessuno ha potuto (più che voluto) farne. Ma a sorpresa non c’è neanche oleografia o, peggio, agiografia – un rischio dietro l’angolo in operazioni del genere – dentro “Stagioni”, il libro collettivo che racconta «La bella vita e le buone opere di Antonio Luongo». Per mettere ogni tessera nel mosaico, Ugo Maria Tassinari ha ascoltato con metodo filologico più che giornalistico le persone che hanno incrociato l’ultimo segretario – non ancora rimpiazzato – del Partito democratico lucano, morto l’8 dicembre 2015 e ricordato nei giorni scorsi a Potenza in un incontro pubblico organizzato dalla Fondazione Basilicata Futuro cui ha partecipato anche Massimo D’Alema. «Era tra i suoi migliori allievi ma forse migliore di lui per alcuni tratti caratteriali», dice Tassinari.

 Ad esempio?

 «Difficilissimo racchiuderlo in un aggettivo. Forse la sua storia personale lo spiega meglio: Antonio è il figlio di Vito, un costruttore che peraltro fu anche assessore, morto ancora più giovane di lui d’infarto, a 43 anni. Antonio rimane orfano tredicenne, con la madre e due fratelli da caricarsi sulle spalle come Atlante».

 È il “gigantismo” che tantissimi, al di là delle appartenenze, riconoscono anche alla sua statura politica?

 «Aveva 25 centimetri di cervello in più, in altezza, rispetto a tutti gli altri. Luongo è l’uomo che viene dalla sinistra degli anni 70 ed entra nel Pci dopo il terremoto 1980, dopo un’esperienza da dirigente Fgci a Roma decide di iscriversi 25enne all’università, vive il movimento pacifista e anti-nucleare degli anni 80 e si staglia come leader della Sapienza nella seconda metà di quel decennio».

 Nato per fare il leader, insomma, nonostante il declino dell’ultimo biennio di vita, ovvero l’«inverno» del titolo?

 «Dico di più: è stato il politico lucano più potente del decennio a cavallo tra XX e XXI secolo».

 Una definizione che non sembra calzare molto con la cifra discreta del suo agire, non crede?

 «Qui sta il punto. Tutta la storia politica lucana del decennio che inizia a metà anni 90 passa dalle sue mediazioni. Antonio è riconosciuto come il genio assoluto nella gestione organizzativa dei gruppi dirigenti. Dirlo in questi tempi di antipolitica è quasi una bestemmia, ma Luongo incarna il miglior “professionismo della politica” in senso weberiano».

 Un uomo da Prima Repubblica, insomma?

 «Ma che guardava oltre. Un togliattiano trent’anni dopo».

 Gli accordi e le trattative che ha intessuto in occasione delle scadenze politiche del decennio d’oro cui lei faceva riferimento prima disegnano un albero con le radici piantate nel passato e i rami protesi verso il futuro.

 «Nella regione più democristiana d’Italia, con una Dc clientelare ma non affaristico-delinquenziale in virtù dell’assenza di una criminalità organizzata e di appetiti legati a grandi appalti pubblici, Luongo alle Politiche del ‘94 porta i Progressisti alla vittoria, unica regione non berlusconiana del Sud, accordandosi coi dorotei di destra di Emilio Colombo piuttosto che con gli ex dc passati nel centrodestra. L’Ulivo arriverà un anno dopo. Ma ciò che conta è che lui ha già la stazza e la credibilità per trattare con il capo indiscusso della Dc lucana pur provenendo dalla sinistra extraparlamentare post-77. Penso all’amicizia con Peppino Molinari o Erminio Restaino: è un bonus personale di relazioni che torna anche nelle vicende connesse alle Regionali in cui il centrosinistra vince. È un perno, il mediatore riconosciuto da tutti. Credeva nel primato della politica. Soprattutto: tutti sapevano che se c’era lui di mezzo, nessuno sarebbe stato fregato da lui. Nessun doppiogiochismo».

 Perché in quarta di copertina quella frase di Siddharta?

 «Perché ha fatto bene a tutti tranne a se stesso. Sarà stato per autostima o narcisismo nicciano, ma non ha mai chiesto nulla a nessuno per i propri famigliari, forse anche per questo nessuno ha potuto accusarlo di nulla, tanto in vita quanto post-mortem. Della Prima Repubblica non aveva ereditato la cifra peggiore: il tornaconto e gli interessi personali. Non esercitava il potere ma ha la potenza».

 Poi però nel 2013 arriva l’inverno...

 «Ex segretario Pds-Ds, parlamentare, nel 2013 viene bloccato dal partito bersaniano per una piccola vicenda giudiziaria che lo vede coinvolto marginalmente. Torna a Potenza senza reddito e lavoro. Accetta di fare il segretario del Pd ma, proprio lui uomo di partito e organizzazione, non riesce a riunire la direzione».

 A Potenza si ricordano ancora le parole dell’allora premier al suo funerale: qual era il rapporto con Renzi e il renzismo?

 «Ne era antropologicamente distante. Da miglior figlio del secolo breve, Antonio era fedele a una storia e una identità».

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