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VERSO IL VOTO | Tutte le bugie sulla data: la maggioranza insiste sul rinvio obbligatorio a maggio

Basilicata
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Ancora incerta la date delle Regionali 2019 in Basilicata
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POTENZA – Prorogare di 60 giorni un consiglio regionale “scaduto” sarebbe già una concessione straordinaria per permettere, «eventualmente», di accorpare il voto per il suo rinnovo ad altre consultazioni. Oltre il terreno non è più quello della legge, quindi chi ci si avventura nell'esercizio di un potere pubblico deve dar conto dei reali interessi perseguiti.
Rischia di passare agli annali come un vero e proprio delitto politico quello che si sta consumando in queste ore negli uffici della presidenza della Regione. Un complotto in punta di diritto per rinviare l'appuntamento col voto dei cittadini in attesa di un evento che rilanci l'ambizione del centrosinistra di archiviare la sconfitta alle politiche del 4 marzo, difendendo il governo dell'unica regione rimasta sempre fedele alle sue bandiere dall'avanzata di centrodestra e Movimento 5 stelle.
Possibilmente un rovescio giudiziario che lunedì prossimo in Cassazione riabiliti il governatore uscente, Marcello Pittella, nella sua corsa per il bis, abbandonata dopo quasi 3 mesi di arresti domiciliari per le accuse sui concorsi truccati nella sanità. Nonostante le palesi contraddizioni negli atti della stessa governatrice facente funzioni e con quanto sta accadendo altrove.
A evidenziare le incongruenze nella tesi dell'accorpamento obbligatorio delle elezioni per il rinnovo del parlamentino lucano con le europee previste il 26 maggio del 2019 ieri mattina c'ha pensato anche il presidente del Consiglio regionale Vito Santarsiero, mancando le distanze dalla linea dettata dal segretario dem Mario Polese e dal capogruppo Vito Giuzio. Oltre che dagli altri maggiorenti della coalizione di centrosinistra attualmente al governo. Dopo l'annuncio di un esposto alla procura della Repubblica da parte del candidato governatore M5s Antonio Mattia e la diffida in partenza proprio questa mattina.
L'oggetto del contendere resta nascosto dietro l'interpretazione della legge con cui, nel 2011, il Parlamento ha introdotto nell'ordinamento italiano l'accorpamento di votazioni diverse in un'unica data, per ragioni di contenimento di spesa. Un mero “principio”, secondo i relatori del disegno di legge che nel 2014 ha rimesso mano alla materia, stabilendo la possibilità di prolungare la vita dei consigli regionali uscenti «anche dopo la scadenza del mandato, purché non oltre i 60 giorni», proprio al fine consentire «solo “eventualmente” lo svolgimento contestuale delle elezioni». Un obbligo inderogabile, invece, aldilà della scadenza naturale dei mandati e di un concreto calcolo di costi e benefici, per i sostenitori del rinvio, spaventati dall'idea di andare al voto il 20 gennaio 2019, nell'ultima domenica utile ancora disponibile (decorsi inutilmente i termini per in indire le urne a novembre, a dicembre e il 13 gennaio) ai sensi della normativa “ordinaria”, dovendo recuperare in meno di un mese il tempo perso, a causa del terremoto giudiziario esploso a luglio, per presentare liste e candidati competitivi il 20 dicembre.
Di fatto, anche prendendo per buona la tesi di questi ultimi, con l'accorpamento alle europee il costo delle consultazioni regionali, stimato in un milione e mezzo di euro, verrebbe soltanto spostato a livello nazionale, risparmiando gli straordinari del personale delle due prefetture e poco più. Mentre tenere aperto un Consiglio regionale, peraltro privo dei pieni poteri, tra indennità per i suoi membri e il loro staff di qui al probabile insediamento dei neo-eletti non costerà meno di 3 milioni interamente a carico dei cittadini lucani.
Ma nella riunione dei capigruppo convocata dalla governatrice facente funzioni ieri mattina le tensioni scomposte che animano l'idea del rinvio delle urne sono emerse in maniera eclatante. Tra le domande inevase sull'interlocuzione della scorsa settimana col Ministero dell'interno, in cui non si faceva cenno ai dubbi sull'accorpamento con le europee, emersi soltanto all'indomani della risposta che ha negato problemi di ordine pubblico legati alla quasi concomitanza tra l'ultima data utile riconosciuta per il voto, il 20 gennaio, e le celebrazioni, il giorno prima, per l'avvio di Matera 2019. E le omissioni di fronte all'insistenza delle minoranze sul decreto con cui il 18 settembre in Abruzzo hanno indetto le elezioni per il 10 febbraio 2019 interpretando in maniera del tutto differente proprio la norma del 2011 sull'“election day”. Un decreto che raccoglie l'intesa sottoscritta dal vicepresidente della giunta e dal presidente della Corte d'appello dell'Aquila, dove si parla di una data che consentirebbe tra cinque anni «il possibile», e non necessario, «riallineamento» tra la scadenza della prossima legislatura con quello di «altri organi elettivi» come il Parlamento europeo, prorogandone la durata di altri 3 mesi, come prevede il sistema elettorale di quella regione.
In Basilicata, tuttavia, l'ordinamento prevede che la responsabilità della decisione spetti esclusivamente alla governatrice facente funzioni Flavia Franconi, sentito il presidente del Consiglio regionale, che ormai si è detto contrario al rinvio del 26 maggio. Un'altra firma pesante per l'ultimo degli assessori “tecnici” della prima giunta Pittella, dopo quella, condivisa, di venerdì sera sulle nomine dei direttori generali delle tre aziende sanitarie commissariate a gennaio e dell'Arpab, a cui peraltro si sono sottratti l'assessore regionale all'Agricoltura Luca Braia e il segretario generale della giunta. Giusto il giorno prima della scadenza naturale della legislatura (nel 2013 si votò il 17 e il 18 novembre) e delle restrizioni dei poteri della giunta in regime di prorogatio. Per questo ieri in Regione si mormorava persino di possibili dimissioni per lasciare la “patata bollente” in mano ad altri.

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