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«Sconfitta per colpa mia ma non mi dimetto»
Polese rinvia a giugno la resa dei conti nel Pd

Basilicata
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Il segretario del Pd lucano, Mario Polese
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POTENZA – Il Partito democratico dopo una sconfitta storica come quella delle scorse regionali non può diventare un «partito degli eletti». Ma se una volta archiviate anche le consultazioni amministrative si sceglierà «l’apertura di una nuova stagione» l’unica strada è anticipare i congressi. Non servono dimissioni che durano il tempo di ottenere la riconferma in organismi «blindati».
Riconosce la «totale responsabilità della sconfitta alle regionali» il segretario regionale del Pd, Mario Polese. Ma rinvia qualunque decisione su un suo passo indietro a giugno, dopo un confronto «sezione per sezione» con militanti e attivisti democratici.
A tre settimane dallo scrutinio che ha visto il centrosinistra lucano cedere al centrodestra il fortino di via Verrastro, per la prima volta dall’inizio della Seconda Repubblica, Polese rompe il silenzio. Nemmeno una parola sulle contestazioni degli alleati della lista di Articolo Uno sull’assegnazione dei seggi che vorrebbero rimettere in discussione la sua rielezione in Consiglio regionale. Come pure sulle fibrillazioni dei due segretari provinciali, con le dimissioni ventilate da Maura Locantore e la richiesta di riequilibrio territoriale della segreteria del materano Claudio Scarnato. Piuttosto, come primo atto da consigliere d’opposizione, attacca il neo-governatore Vito Bardi per lo spostamento del centro decisionale sul futuro della Basilicata, a partire dalla composizione della giunta, tra Roma e Pontida, passando per la residenza di Arcore dell’ex premier Silvio Berlusconi.
Quanto al voto di fine maggio nella città di Potenza, il segretario dem rilancia l’idea di un centrosinistra largo, sul modello di quello di disegnato a livello nazionale per le europee. Quindi ribadisce la disponibilità del Pd a sostenere un candidato indicato dagli alleati. Con l’obiettivo di fermare l’esodo verso il sindaco uscente Dario De Luca, eletto 5 anni fa da una mini coalizione di destra ma poi sostenuto in consiglio da buona parte del centrosinistra. Per questo si rivolge soprattutto agli “ex” di Articolo Uno, sempre più vicini alla coalizione civica progettata dall’ingegnere per tentare il bis in Comune.
Renzi si è dimesso dalla segreteria nazionale dopo la sconfitta del 4 marzo 2018. E non era la prima volta che il Pd perdeva alle elezioni politiche, mentre in Basilicata alle regionali sì, e il segretario è lei. Che intende fare?
«Voglio essere chiaro: io avrei potuto dopo tre giorni dalle elezioni convocare l’assemblea regionale del partito e presentarmi dimissionario per poi farmi riconfermare in un organismo blindato. Sarebbe stata una finzione e non credo serva questo. Oppure avrei potuto presentare dimissioni irrevocabili e scrollarmi il peso delle imminenti e complesse sfide elettorali o peggio traghettare il partito senza pieni poteri in una fase cosi delicata. Ho scelto la responsabilità e la sincerità. Trovo positivo avviare una discussione ma credo in realtà che con le prossime amministrative in Basilicata si chiuda un ciclo politico e queste ultime scadenze elettorali necessitino ora di un lavoro sereno, meticoloso e puntuale. L’analisi non può essere parziale e fittizia, ma vera e profonda. L’assemblea e la direzione regionale saranno convocate immediatamente dopo le elezioni e a valle di un percorso di approfondimento capillare, utilizzando queste settimane di campagna elettorale per le europee e per le comunali anche per incontrare sezione per sezione tutti i dirigenti del nostro partito».
Quindi la sua analisi del voto del 24 marzo qual è?
«Come le ho detto non si può improvvisare un’analisi del voto superficiale dove può essere vero tutto ed il contrario di tutto. Un dato è certo: abbiamo perso una Regione che amministravamo da decenni. Poi ci sono mille valutazioni di contorno, ma mi riservo appunto un percorso di approfondimento tra le comunità democratiche che ci porterà dopo le scadenze elettorali, come anche concordato con il partito nazionale, ad una verifica reale. E garantisco che se la percezione sarà quella della necessità di un nuovo corso politico è giusto che lo sia davvero, a tutti i livelli, a partire ovviamente dal segretario regionale».
Pensa di non avere responsabilità nell'aver sostenuto l'idea di una ricandidatura a governatore di Marcello Pittella fino a tre giorni dal termine per la presentazione delle liste e poi la scelta in sua vece di un candidato del tutto a digiuno di politica come Carlo Trerotola? Non si pente nemmeno di aver perso tempo indicendo le primarie di coalizione per poi annullarle?
«Una impostazione può essere quella che lei suggerisce ma può essere vero anche il contrario. Nessuno può escludere ad esempio che se fossimo andati fino in fondo o avessimo utilizzato le primarie poteva essere questa la scelta vincente. Nessuno possiede la macchina che riavvolge il tempo per riprovarci in maniera diversa. Dobbiamo però stare ai fatti, e i fatti sono che abbiamo perso ed io che svolgo la funzione di segretario regionale non posso che assumermi il peso totale ed integrale della sconfitta anche al di là delle reali responsabilità, rifuggendo vittimismo ed attenuanti. Nei partiti come nelle relazioni personali per me funziona così, io sono abituato a metterci la faccia, sempre, che si vinca o si perda, senza accampare scuse».
Pittella in campagna elettorale ha detto che avrebbe potuto insistere sulla sua ricandidatura arrivando secondo e facendo piazza pulita dei suoi avversari interni. Alla fine è andata lo stesso così e non si è dovuto nemmeno caricare il peso della sconfitta. E' evidente che la composizione delle liste, accettata praticamente a scatola chiusa da Trerotola, ha avuto un ruolo determinante nella rielezione dello stesso Pittella, assieme a Polese e due ex assessori della sua giunta come Luca Braia e Roberto Cifarelli...
«Non sono d’accordo. C’era una legge elettorale che tutti conosciamo e in gran parte abbiamo votato e l’impostazione delle liste oltre ad essere stata votata in Direzione regionale non mi pare abbia trovato particolari contrarietà anche nel dibattito interno al Pd e al centrosinistra. Non credo possano esserci recriminazioni su presunte strategie o tecniche elettorali. Il mio rammarico sincero è che avrei voluto maggiore compagnia all’interno del Consiglio regionale soprattutto di miei coetanei con cui abbiamo lavorato insieme negli ultimi 5 anni».
Non crede che sia eccessivo sommare al suo mandato da consigliere di opposizione il ruolo di segretario regionale? Specie adesso che tanta parte della dirigenza del partito è rimasta priva di agibilità politica…
«Il tema della compatibilità tra ruolo di segretario e di consigliere regionale è già stato oggetto di discussioni spropositate. E’ uso comune che i segretari regionali siano anche nelle istituzioni ed è stato un caposaldo della mia mozione congressuale. La discussione politica evidentemente non è questa. Come non lo è quella sulla millimetrazione del simbolo alle regionali, di poco più piccolo di quello composito utilizzato da Zingaretti alle Europee, con una filosofia comune, l’apertura nelle liste alla società civile. Non dobbiamo essere ne ipocriti ne strumentali. Il tema è tutto sulla necessità o meno di aprire un nuovo ciclo politico. E sono evidenti due cose. La prima che un partito degli eletti sarebbe un errore che ci condannerebbe a vita ad una funzione di minoranza; il secondo è che un punto di equilibrio, oggi come oggi, non può che trovarsi anche negli organigrammi. Ma ciò non toglie che se si dovesse optare per l'apertura di un nuova stagione non si potrebbe prescindere da un altro percorso congressuale».
Lei è stato l'ultimo segretario regionale eletto nel Pd di Renzi. Ora c'è il Pd di Zingaretti nonostante in Basilicata il gruppo che la sostiene abbia puntato tutto sui candidati renziani alla segreteria: Martina e il duo Giachetti-Ascani. In direzione nazionale la stessa Ascani ha fatto mea culpa sull'atteggiamento tenuto nella vicenda lucana, col sostegno offerto fino all'ultimo all'idea di una ricandidatura a governatore di Marcello Pittella a scapito dell'alleanza con Roberto Speranza e gli ex di Articolo 1 – Mdp. Non crede di essere un ostacolo all'entusiasmo per il nuovo corso dei democratici?
«Premesso che la mia segreteria è sostenuta anche da un pezzo significativo dell'area Zingaretti, credo che lo spirito del nostro segretario, almeno quello dichiarato, è orientato ad un partito inclusivo ed aperto a tutte le anime. Nicola oggi è anche il mio segretario e non può essere una mera visione correntizia a guidare un processo che dovrà essere ben più profondo. Peraltro, nella stessa direzione nazionale da lei citata proprio Zingaretti ha esaltato il dato della Basilicata come uno dei migliori in assoluto e da cui rilanciare il Pd. Ma ripeto, l’analisi è ben più stratificata».
A pochi giorni dalla scadenza del termine di presentazione delle liste si è fatto un'ultima volta il suo nome come possibile candidato governatore al posto che poi sarebbe stato occupato da Trerotola. Si è pentito di non aver assecondato chi voleva Polese governatore?
«La scelta che teneva unito il centrosinistra era basata su un criterio di discontinuità. Non so se sia stata una scelta giusta o sbagliata certamente è stata una scelta perdente e questo lo dicono i fatti. Io da parte mia mi sono diligentemente attenuto a quello che era un mandato ricevuto dall'Assemblea e ho ritenuto opportuno non forzare sul mio nome rispetto a una scelta che appariva maggiormente unitaria».
All'orizzonte ci sono le elezioni amministrative e le premesse non sono diverse da quelle delle ultime due consultazioni, col centrodestra che ha già scelto anche il candidato sindaco della Lega per il Comune di Potenza, Mario Guarente. Non teme di passare come il segretario che in meno di due anni ha inanellato la più clamorosa serie di sconfitte nella storia del centrosinistra lucano?
«Non mi pare che sia così. Mi assumo la totale responsabilità della sconfitta alle regionali come ho già detto ma non comprendo quali siano le altre. Anzi. Non credo con la stessa franchezza di potermi assumere lo stesso livello di responsabilità sulle elezioni politiche e sottolineo come in questo ultimo anno, il più complicato per la politica italiana, per il Pd in generale e per quello lucano anche alla luce di vicende extrapolitiche, abbiamo eletto due presidenti della Provincia, vinto bene le elezioni provinciali e gran parte delle amministrative dello scorso anno ed abbiamo rimesso su un partito che pur nella flessione generale ha mantenuto il più alto tasso di iscritti in termini percentuali oltre che di partecipazione al congresso nazionale. Anche questi sono fatti. Come lo saranno quelli all’indomani del voto in 53 comuni a maggio».
Cosa intende fare il Pd su Potenza? Il sindaco uscente Dario De Luca, che per 5 anni ha governato grazie anche ai voti del Pd, ha escluso di poter essere il candidato del centrosinistra e ha rivendicato il carattere civico del suo progetto per un secondo mandato in Comune. Non ha avuto successo nemmeno il tentativo di avviare un dialogo col candidato di La Basilicata possibile Valerio Tramutoli. Farete una battaglia di testimonianza?
«Premesso che c’è un livello cittadino di partito che è giusto lavori in autonomia e collegialità, credo ci sia una scelta chiara da parte del partito nazionale, condivisibile o meno, di allargare il nostro sguardo “da Macron a Tsipras” come ha affermato lo stesso Zingaretti. E’ evidente che questa impostazione non può essere smentita a Potenza. L’unità del centrosinistra oggi è priorità non negoziabile. Mi appello alla responsabilità dell’intero Partito democratico a Potenza prima forza della coalizione affinchè si renda disponibile a condividere un candidato espressione anche delle altre forze del centrosinistra. Senza veti che sarebbero deleteri e comporterebbero la rottura del centro sinistra. Mi appello quindi anche a Mdp – Articolo Uno affinché mantenga una linea di coerenza, così come accaduto in altre parti d’Italia ed alle Europee».
Qualcuno ha proposto Polese candidato sindaco. C'ha mai pensato?
«E’ un onore per tutti correre per la propria città, ma non sarei la scelta più opportuna in questo momento per molte ragioni. È evidente poi, che l’impostazione che ci siamo dati un mese fa per le regionali non è mutabile nei suoi principi per le convenienze dei singoli. La mia opinione è che vada individuata una figura che coniughi competenza amministrativa con una buona dialettica. Si vincerà con i comizi più che con le liste».
Che giudizio dà di Bardi?
«Non lo conosco sul piano personale. Sul piano politico mi pare sia stato protagonista di una campagna elettorale lontana da quelli che sono i problemi dei lucani. Così come le sue ultime dichiarazioni “romanocentriche”. Mi auguro per la Basilicata che tutto questo muti perché proprio non credo che meritiamo una Regione che abbia la sua sede ad Arcore o peggio a Pontida più che in Via Verrastro».
Pensa che Trerotola dovrebbe dimettersi?
«Penso che le scelte di Trerotola siano assolutamente personali. A Carlo va detto grazie per l'impegno e la disponibilità offerta e credo abbia fatto quello che poteva».
Solo una donna della Lega eletta in consiglio regionale. Zero nel centrosinistra dove le cose sono andate come abbiamo già detto. Non è anche questo il segnale di una classe dirigente che non si rinnova?
«Anche nella relazione di accompagnamento al mio voto alla legge elettorale ho spiegato come non sarebbe stato il meccanismo della doppia preferenza a colmare una lacuna culturale. Può essere un meccanismo agevolativo in una consultazione a più stretto raggio come le comunali ma non è risolutivo in un contesto più ampio. In un riscontro del mio impegno in questi 5 anni a sostegno di candidati nei comuni ho trovato molte più donne elette che uomini. Questo perché ho provato a puntare sul merito senza pregiudizio alcuno. Penso che la strada debba essere questa, più che quella delle norme, che pure possono servire ma non sono risolutive se non ci si convince di questo approccio».
Cosa farà appena si insedierà in Consiglio regionale?
«Una prima azione che metterò in campo è quella di chiedere una verifica dello stato dell'arte della Basilicata così come noi l'abbiamo lasciata. Poi proverò, anche se da un ruolo di minoranza, a portare avanti le istanze e le politiche di cui mi sono occupato in questi anni a partire dal mondo della solidarietà, dei professionisti, della produzione con particolare attenzione alla mia generazione. Faremo una opposizione puntuale, non lasceremo passare nulla che non sia negli interessi dei lucani e temo che purtroppo non sarà un lavoro di poco conto».

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