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Potenza, intervista esclusiva a Salvatore Caiata 

Dalla politica allo sport: «Serve il gioco di squadra»

Basilicata
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Salvatore Caiata
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POTENZA - In pochi anni Salvatore Caiata è diventato non solo il presidente del Potenza calcio, ma anche un punto di riferimento politico per il capoluogo e per l’intera regione. Nato a Potenza nel 1970, ha costruito la sua fortuna imprenditoriale a Siena, dove il successo e il gran numero di locali posseduti gli valgono il soprannome di “padrone di piazza del Campo”. Nel 2017 la scelta di tornare a investire sulla sua città, Potenza. E torna come socio di maggioranza del Potenza calcio. Dal calcio alla politica - Berlusconi docet - il passaggio è breve.

Dopo essere stato eletto dai nostri lettori “personaggio lucano dell’anno 2017”, fa accendere su di lui le attenzioni del movimento civile. E il partito di Grillo lo sceglie quale capolista per la Basilicata. L’anno d’oro per lui è il 2018: vince le elezioni con oltre 17 mila voti presi nella città di Potenza e nonostante l’espulsione dal partito per via di un’inchiesta su di lui (del 2016), poi archiviata; ma soprattutto vince il campionato di calcio di Serie D con il Potenza che torna dopo 10 anni tra i professionisti. La sua popolarità - in un mix sapientemente gestito tra apparizioni istituzionali e verve da tifoso-presidente di una società di calcio - è alle stelle, il suo modo di fare comunicazione, via social e attraverso video, attrae sempre di più. E Caiata fa parlare tutti.

Oggi è deputato della Repubblica italiana e da febbraio, dopo un passaggio nel gruppo misto, si è unito a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. E di questa “doppia vita”, tra calcio e politica, ci parla in questa intervista esclusiva.

Potenza, il Potenza, la Basilicata, la carriera imprenditoriale, quella politica. Ci dice in che ordine di importanza occupano la sua giornata?

«Il Potenza, Potenza e di conseguenza la Basilicata sono assolutamente preminenti nella mia giornata. Ormai da due anni la mia attività imprenditoriale è finita in secondo piano, diciamo che mi sono messo in aspettativa e per il momento svolgo un’attività politica da privato cittadino che si presta per un periodo di tempo a ricoprire un ruolo istituzionale, e non sarà mai la mia vita in eterno. Terminato questo periodo tornerò ad occuparmi del mio lavoro».

Sarà un’intervista a doppia corsia: politica e sportiva. E’ vero che la sua decisione di passare a Fratelli d’Italia è frutto di una scelta di rottura rispetto agli eventi che sono maturati dalla sua elezione e fino alle scelte per le Europee e le Comunali?

«Con Giorgia Meloni eravamo in contatto da gennaio, poi quello che è accaduto di recente ha forse fatto accelerare gli eventi, ma voglio ricordare che la mia estrazione politica è vicina al Popolo delle Libertà, ad An. La mia candidatura nel Movimento Cinque Stelle era stata frutto esclusivamente di una scelta civica, di rottura. In un’intervista al vostro giornale, dopo essere stato votato dai lettori come “Lucano dell’anno 2017”, dissi che se il presidente di una squadra di calcio era preferito a chi gestisce la cosa pubblica, gli interessi della gente, la collettività, qualcuno degli uomini che governavano questa regione si sarebbe dovuto porre qualche interrogativo. E allora forse ai vertici del movimento venne l’idea di propormi come alternativa ai soliti nomi».

Ma il Movimento, per caso, la rimpiange?

«Mi crede se le dico che non ci siamo mai più sentiti? E questo nonostante immediatamente dopo quegli accadimenti ebbi la rassicurazione sul reintegro nel momento stesso in cui si sarebbe fatta chiarezza sulla vicenda».

Ora è il riferimento politico nazionale di Fratelli d’Italia. In regione c’è Gianni Rosa. Siete in buoni rapporti?

«In ottimi rapporti. Gianni ha fondato, sostenuto, fatto crescere Fratelli d’Italia in Basilicata, è il punto di riferimento. Colui il quale ha creato un partito che è diventato inclusivo e aperto e che può crescere ancora con il contributo di tutti».

E se il partito le chiedesse di diventare segretario regionale, non sarebbe in imbarazzo nei confronti di Rosa?

«No, in imbarazzo no. Mi metterei a completa disposizione del partito, continuando nell’opera di Gianni in armonia e con la serenità di tutti, valorizzando ancora di più il lavoro fatto in questi anni e sfruttando il contributo di tutti. Dopo tutto, ritengo che anche la politica sia come il calcio: fare squadra diventa una caratteristica fondamentale per fare bene».

Le è mai balenata l’idea di candidarsi a sindaco del capoluogo? O quanto vicino è stato a questo passaggio.

«Davvero mai, innanzitutto perché avrei dovuto lasciare il calcio e la presidenza del Potenza, e non ne ho nessuna intenzione. Poi perché avrei dovuto lasciare il Parlamento per dedicarmi alla mia città. E poi, in ultimo, bisogna essere consapevoli di quello che si è e non si può avere l’ambizione di fare tutto».

I rumors dicono che ha recitato un ruolo fondamentale per alcuni nomi della giunta Guarente. Ha indicato le persone e perché? O ha indicato le deleghe e perché? Ed è vero che avrebbe preferito Michele Napoli?

«Ci siamo rimessi alle valutazioni del partito e abbiamo indicato due uomini che Fratelli d’Italia ha ritenuto essere quelli che meglio potevano dare continuità al lavoro già svolto, ossia Galella e Giuzio. La scelta non è stata fatta sulle persone, ma sulle strategie del partito, se avessimo dovuto valutare esclusivamente i numeri, è chiaro che Michele Napoli avrebbe avuto un posto in Giunta, ma ripeto, è stata una strategia di partito».

Quale è la sua ricetta per Potenza?

«Potenza deve avere la forza di cambiare il proprio credo, innanzitutto mettendo da parte la cattiveria, poi rimboccandosi le maniche, ancora scegliendo soggetti costruttivi e non distruttivi».

Cosa vede nel futuro di questa città?

«Dipende se prevarrà la logica del “nun gnè niend” (non c’è niente, ndr) o quella di chi è convinto che solo mettendosi all’opera facendo i fatti può ridare dignità alla città capoluogo. Un futuro radioso Potenza potrà averlo solo e soltanto se isolerà i distruttivi».

Il capoluogo si è candidato a essere città europea dello sport per il 2021. Non le sembra una forzatura rispetto all’inadeguatezza degli impianti sportivi della città?

«Rispetto alla situazione attuale, è certamente un paradosso, una forzatura. Ma voglio essere positivo e pensare che la candidatura è una scelta di prospettiva per investire sullo sport e sugli impianti e farci fare un salto di qualità. Basti pensare che noi, come Potenza Calcio, non abbiamo una struttura per le nostre squadre giovanili e la Figc ha detto di non essere interessata alla nostra proposta di gestione del campo che si sta rifacendo in erba sintetica e per il quale noi abbiamo chiesto di contribuire al completamento dei lavori. E’ un grosso handicap questo degli impianti, poco da aggiungere».

Ovvio il riferimento allo stadio. E’ davvero la nuova frontiera essere proprietari di un impianto?

«Assolutamente fondamentale, ma è tutto in relazione alle ambizioni che una società ha. Se vuoi guardare più in alto della Serie C devi avere uno stadio di proprietà, un settore giovanile e le strutture a corollario dei tuoi progetti. Altrimenti è inutile fantasticare. Oggi per fare calcio, occorre patrimonializzare le società e lo si può fare solo investendo».

Chi l’ha ostacolata in questo suo desiderio dello stadio di proprietà alla Cip Zoo?

«Tutti. E’ stato un ostacolo bipartisan. Mi ero molto animato perché pensavo soprattutto di investire soldi privati per una prospettiva di crescita del Potenza che rappresenta una crescita globale anche della città. E invece ho sbattuto contro il disfattismo e la calunnia. Mi hanno dato anche dello speculatore. E non ho chiesto alcuna risorsa pubblica, solo un suolo dove sono 40 anni che non si muove una foglia. L’idea chiaramente era dello stadio e del centro commerciale, ripeto, in una zona in disuso che ha iniziato a interessare di punto in bianco quando è venuta fuori la mia proposta. E dire che in ogni altra realtà ci sono amministrazioni che stenderebbero un tappeto rosso a chi si presenta e si propone di fare qualcosa che avrebbe creato, oltre a sviluppo, anche qualche posto di lavoro».

Ci dica la verità: è una rogna o un onore sapere di essere un personaggio “scomodo”? Tanto in politica quanto nello sport.

«E’ sicuramente un onore, perché vuol dire che pensi fuori dal coro e vedi oltre i limiti. Ritengo che sia scomodo chi è capace di sognare quello che gli altri nemmeno immaginano possa esistere».

In questi giorni ricorrono i due anni che è alla guida del Potenza. Immaginava di poter arrivare così in fretta a questi risultati?

«Io sono un ambizioso e un sognatore. Penso in grande un giorno alla volta. Non mi pongo obiettivi e non metto asticelle. Per questo quando ho preso il Potenza già immaginavo di poter fare qualcosa di importante, e sento che ancora si può fare di più».

E’ questo il segreto allora?

«E’ sicuramente lo stimolo che ti aiuta a fare sempre di più. Ma allo stesso tempo è una forza e una debolezza, perché non hai mai la serenità di godere quello che di buono hai realizzato, perché guardi ancora più avanti al prossimo traguardo».

Il Potenza potrà mai sedersi al tavolo delle grandi del calcio italiano?

«Me lo auguro, ma in questo momento mi godo quello che abbiamo realizzato: ossia aver ridato dignità a una piazza calcistica e aver fatto ricredere chi prima o parlava male o addirittura non ci conosceva neppure. Il nostro tormentone “U Putenz è semb nu squadrone”, recitato da personaggi pubblici ha aumentato la considerazione che si ha in giro di Potenza e del Potenza. Nell’ultimo consiglio di Lega Pro, un nostro avversario come Lomonaco, amministratore del Catania e dirigente di lungo corso (ha fatto il giro del web la litigata a distanza tra i due in occasione dei playoff, ndr) ha citato proprio il Potenza come esempio da seguire sia dal punto di vista sportivo che sociale. Ha citato gli applausi che oltre diecimila persone a Catania hanno riservato alla nostra squadra e alla nostra tifoseria dopo i playoff. Una grande soddisfazione che ci spingerà a fare sempre meglio».

Potenza in B o un posto nella prossima legislatura?

«Senza un istante di esitazione: il Potenza in B. negli ultimi sessanta anni Potenza ha espresso un presidente che è andato in B (Nino Ferri, ndr) e un centinaio di parlamentari. Chiedete alla gente chi si ricorda? Ma in generale, non dico che punto alla B per essere ricordato dai tifosi, ma per poter leggere nei loro occhi la soddisfazione di aver raggiunto un risultato, la felicità di una rivincita, la realizzazione di un sogno. E mi piacerebbe molto poterlo fare».

A proposito, preferirebbe ancora un collegio uninominale o essere capolista?

«Ora non ci penso proprio. E’ chiaro che in futuro si entrerà nelle logiche del partito, negli accordi nazionali. Il partito può chiederti una cosa piuttosto che un’altra. Adesso non mi aspetto davvero nulla in tal senso, forse sono uno dei pochi perché vedo con i miei occhi che a Roma tanti colleghi di questo parlano».

Le ho chiesto del futuro di Potenza. Cosa vede nel futuro del Potenza?

«Confermarsi è sempre più difficile che affermarsi. Poi in questo prossimo campionato, che è una sorta di Serie B, noi saremo una briciola nei confronti degli altri che si stanno sedendo al tavolo del campionato puntando moltissimi soldi. Ma per esperienza diretta posso dire che non sempre vince chi spende di più. Per questo mi accontento di fare come abbiamo fatto l’anno scorso, ossia essere consapevoli di potercela giocare alla pari contro tutti».

E sarebbe un altro successo.

«Le gioie di una squadra viaggiano di pari passo alle gioie di una città. Il Potenza ha fatto tornare in vita il senso di appartenenza a una città, è e sarà sempre aggregazione, socializzazione, senso di comunità. E questa per me rappresenta già una grande vittoria in una città in cui si sono persi questi valori».

E per quanti anni ancora si vede lì, a guidare il Potenza?

«Fino a quando avrò l’entusiasmo per farlo e fino a quando mi renderò conto di saper fare meglio degli altri. Nel momento in cui, viceversa, mi renderò conto, avrò la percezione che c’è qualcuno migliore del sottoscritto, farò un passo indietro».

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