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Pd, dilapidata l’eredità Dc-Pci, primi segnali, non colti, alle regionali 2013

Chi ha ucciso il partito che in Basilicata non poteva perdere?

Basilicata
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Roberto Speranza, Livio Valvano, Vincenzo Folino e Marcello Pittella festeggiano la vittoria alle elezioni del 2013
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POTENZA – Chi ha ucciso il Partito democratico della Basilicata? Posta così – come fosse il giallo dell’estate – la questione presuppone che per l’omicidio dell’ex maggiore partito della regione (perché se si passa da essere il partito-che-non-può-perdere a terza forza della regione, con percentuali a una cifra, si può legittimamente parlare di delitto) si scoprano il movente e, ovviamente, il colpevole. 

O magari più colpevoli: il giallo classico contempla la possibilità di un delitto perpetrato da più di una persona. In “Assassinio sull’Orient Express”, Agatha Christie lascia che il suo leggendario detective Hercule Poirot esponga – per ben otto pagine – una sua ardita teoria per cui a uccidere la vittima sono stati dodici accoltellatori dodici con altrettante ragioni personali per farlo.

Se nel wagon-lit di un treno fermo di notte nella campagna ci possono essere dodici assassini, quanti ce ne potranno essere nei quasi diecimila chilometri quadrati di una regione ferma nella notte della sua decadenza? 

Andare a facili conclusioni non serve a nulla: se si vuole davvero capire come il Pd lucano – portato in palmo di mano dai vertici nazionali quando era la “fortezza rossa” del Sud Italia e macinava percentuali quasi bulgare – bisognerà indagare con i fatti.

E i fatti in politica sono, innanzitutto, i numeri. I dati elettorali. Di altre questioni – di chi è davvero figlio il Pd, ad esempio – ci occuperemo prossimamente: questa è solo la prima puntata dell’indagine. Per ora, cominciamo con i numeri. E dalle ultime regionali. Che vedono vincere nettamente il centrodestra (che arriva al 42,2% dei voti validi), con l’elezione del presidente Vito Bardi; arrivare secondo il centrosinistra e terzo il M5S. Ma, all’interno del centrosinistra, il Pd (sigla preceduta dal nome “Comunità democratiche”, quasi dovesse camuffarsi da lista civica), raggranella appena il 7,75%. Quasi un punto in più conquista “Avanti Basilicata”, lista personale del presidente uscente Marcello Pittella (che, sia detto come notazione incidentale, sembra avere i colori sociali del Psi, suo primo amore politico).

Una debacle su cui gli oppositori si sono divertiti e gli appartenenti al Pd disperati, e che rappresenta non solo il punto più basso mai raggiunto dal partito in Basilicata ma anche, per molti, il certificato di morte – o, meno pessimisticamente, una più che infausta prognosi medica – del soggetto politico in regione.

BASILICATA SWING

Le elezioni del 2019 si tengono 4 mesi oltre la naturale scadenza dei cinque anni. Pittella era stato arrestato e indagato per un’inchiesta che ha fatto molto rumore sui concorsi pubblici in sanità. Questo rimescola tutte le carte. Pittella aveva già manifestato la propria intenzione di candidarsi di nuovo alla guida della Regione. Gli arresti domiciliari e l’indagine giudiziaria – che ancora non è sfociata in un eventuale processo – ne mettono in crisi la ricandidatura. Ma lui – nonostante le richieste da più parti – non si dimette. Non può nemmeno andare in Regione, dato il divieto di dimora deciso dal giudice. Dal suo arresto, il 6 luglio 2018, Pittella stringe i denti e resta attaccato al proprio ruolo – del tutto non operativo: a svolgerne le funzioni è la sua vice, Flavia Franconi – fino al 24 gennaio scorso, quando rassegna le dimissioni. Le elezioni intanto slittano da gennaio a marzo (ma solo perché lo ha deciso il Tar: la Franconi le aveva fissate per maggio). 

Il candidato alle ultime regionali è stato il farmacista di Potenza Carlo Trerotola. Scelta dovuta ufficialmente alla volontà di proporre un cittadino lontano dalle stanze della politica (e lo stesso Trerotola ha rivendicato più volte di non averne mai fatto) ma palesemente anche all’incapacità del Pd di mettere insieme le sue anime e trovare un candidato che andasse bene a tutti. Trerotola è parso agli elettori lontano sì dalla politica ma ancor più lontano, remoto si potrebbe dire, rispetto alla tradizione del centrosinistra locale. Basti pensare all’intervento pubblico in cui ha dichiarato spontaneamente di essere andato, nella propria vita, solo a comizi di Giorgio Almirante, storico fondatore dell’Msi e nome di punta già sotto il fascismo (tra l’altro redattore capo del giornale “La difesa della razza”).

È con il disfacimento elettorale dello scorso marzo che la Basilicata s’iscrive a pieno titolo fra le regioni cosiddette “swing”, quelle in cui vige l’alternanza fra le diverse coalizioni politiche. Al contempo – per la cronaca – s’interrompe la picchiata del centrodestra alle regionali, passato dal 27,9% del 2010 al 19,4% del 2013.

CONVENTION

Il Pd nel 2013, anno delle precedenti elezioni politiche, ha proprio il volto di Marcello Pittella, appartenente al casato di Lauria che da alcuni decenni è fra i più importanti – a livello politico – della Basilicata, a cominciare dal patriarca Domenico detto Mimì per continuare con il figlio Gianni, che nel ’99 comincia la sua lunga esperienza all’Europarlamento, di cui arriverà alla vicepresidenza. Poi, l’ascesa del terzo astro di casa Pittella: Maurizio Marcello Claudio (i 3 nomi sembrano un’abitudine della dinastia: il fratello maggiore all’anagrafe è Giovanni Saverio Furio).

Pittella nel 2013 sarà eletto con il 59,60% dei voti, ma il Pd arriva al 24,83%. Su 148.696 voti della coalizione di centrosinistra al partito ne vanno 58.730. E’ un segnale d’allarme che si perde però nel clima di euforia per l’elezione, nelle celebrazioni di stampo americano che ne avevano caratterizzato già la campagna elettorale (Pittella Jr è stato il primo politico lucano ad aver organizzato convention nel più puro stile a stelle e strisce, in cui ha fatto da mattatore sul palco con tanto di camicia bianca dal polsino aperto, microfono ad archetto attorno alla testa e lacrima libera mentre stringe a sé i figli).

Eppure quel numero là avrebbe dovuto allarmare. Il Pd prende 4 seggi sui 12 della coalizione.

L’altro segnale è l’affluenza alle urne: il 47,6% degli aventi diritto. Alla votazione precedente era il 62,8%. Una differenza notevole. Ed è la prima volta che più della metà di chi ha il diritto al voto decide di non esercitarlo.

COETANEI

Nel 2010 aveva vinto, per la seconda volta di seguito, Vito De Filippo. Sui 208.980 voti validi per la coalizione, al Pd ne erano andati 87.134. Già i numeri assoluti parlavano di un elettorato più convinto, o comunque più deciso nell’andare alle urne.

Ma anche la percentuale era più alta per il Pd: 27,13%, e di sicuro nella coalizione nessuna altra lista si era anche solo avvicinata a un risultato a due cifre percentuali. La coalizione vince con una percentuale di altri tempi: il 60,81%.

Vito De Filippo è l’uomo forte di Sant’Arcangelo, borgo della Val d’Agri, la terra petrolifera per eccellenza della Basilicata. Pur essendo coetaneo di Marcello Pittella – un solo anno di differenza alla nascita, 1963 contro 1962 – nel corso della sua carriera ha ottenuto più cariche e a livelli più alti: oltre alla consueta gavetta come consigliere provinciale, ha guidato per due volte come detto la Regione Basilicata (di cui era stato assessore alla Sanità) e si è anche seduto alla Camera. Per due volte è stato nominato sottosegretario, all’Istruzione e alla Sanità.

E’ stato indagato in alcune inchieste giudiziarie, uscendone sempre senza macchie. Ma in seguito all’inchiesta nota come Rimborsopoli, De Filippo si dimetterà anticipatamente, non prima però di aver nominato il suo successore in pectore, ossia lo stesso Pittella, come assessore.

Facendo un salto all’indietro, fino al 2005, si può notare come i voti per la coalizione erano davvero tanti – 236.814 – e rappresentavano il 67% delle preferenze espresse. Non c’era una lista Pd (il partito non era ancora ufficialmente nato) ma esisteva il suo nucleo originario, ossia Uniti nell’Ulivo, che arrivò al 38,9%. Percentuale ben diversa da quelle che abbiamo visto prima. Per non parlare dell’affluenza: a votare erano andate ben 353.454 persone, il 67,16% degli aventi diritto.

IL PRIMO GENERALE

Ancora più gente aveva varcato l’ingresso delle sezioni elettorali nel 2000, il 72,7% degli aventi diritto. Non c’era nemmeno l’Ulivo, ma i due partiti Ds e Ppi nella medesima coalizione di centrosinistra, che presero esattamente la stessa percentuale: 17,5% il primo, 17,4% il secondo, ossia circa 35% in totale. Bisogna però specificare che alcuni storici esponenti del centrosinistra avevano aderito al partito I Democratici, che aveva raggiunto il 7,5%. Quindi, con qualche punto da aggiungere a quel 35%, si può dire che siamo ancora nel solco del risultato del 2005.

A risultare eletto fu Filippo Bubbico, architetto di Montescaglioso, che nel cursus honorum include l’elezione a sindaco, a consigliere regionale, la nomina ad assessore sotto la giunta Dinardo, lo sbarco a Roma come senatore, la nomina a viceministro dell’Interno da parte di Angelino Alfano sotto il governo Letta e poi la conferma sotto i governi Renzi e Gentiloni, fino alle dimissioni nel 2017 per l’abbandono del Pd a favore di Articolo 1 – Mdp. Alle politiche del 2018 si presenta ma non è eletto. Ma la vera medaglia che si appunta sul petto – e che i suoi addetti alla comunicazione seppero sfruttare molto bene – fu la sua nomina sul campo a “generale” della marcia dei centomila a Scanzano Jonico contro il deposito di scorie nucleari. 

ALTRE ERE

Cinque anni prima, le prime elezioni regionali in cui viene indicato il candidato presidente: prima l’elezione avveniva in consiglio in un secondo momento.

Il designato del centrosinistra è Angelo Raffaele Dinardo, insegnante in pensione, universalmente considerato persona di grande rettitudine morale (a lui è dedicata l’aula dell’assemblea regionale). E’ eletto con il 54,8% dei voti. 

Il Pds – nato quattro anni prima dallo scioglimento del Pci alla Bolognina con Achille Occhetto – prende il 21,8%, i Popolari – a loro volta filiazione diretta della Dc tre anni prima – il 16,13%. Insieme sfiorano il 40%.

Sono le prime elezioni in Basilicata, inoltre, nelle quali la sinistra sorpassa il centro. Le regionali di cinque anni prima appartengono a un’altra era geologica. L’affluenza lambisce l’85% degli aventi diritto. I simboli – ancora in bianco e nero sul sito del ministero dell’Interno – sono quelli della Dc e del Pci. Soprattutto, corrono separati e non insieme. La Balena bianca vince alla grande con il 47,15%, alla Falce e al Martello va il 19,23% dei voti. Una semplice somma andrebbe presa cum grano salis (da Dc e Pci usciranno diversi esponenti negli anni a venire per formare il centrosinistra, nel quale peraltro giungeranno numerose new entry) ma che comunque è significativa e ci dà una percentuale notevole, più del 66%. Presidente eletto (in aula), il democristiano Antonio Boccia. Una curiosità: il Psdi, formazione minore della sinistra, prese più del 6%. Fa impressione pensare che nel 2019 il Pd ha nemmeno due punti percentuali in più.

Accelerando la carrellata all’indietro, abbiamo le elezioni del 1985 (Dc 44,69 e Pci 24,23; presidente Gaetano Michetti), del 1980 (Dc 45,17 e Pci 24,94; si alternano due presidenti: Vincenzo Verrastro e Carmelo Azzarà. Come si vede, era possibile cambiare presidente in corsa senza che la giunta cadesse), del 1975 (Dc 41,74 e Pci 27,14; presidente Verrastro) e infine le prime del 1970: Dc 42,35 e Pci 24,04 (anche in questo caso il presidente fu Verrastro, a cui sono intitolate strada e piazza antistanti la sede della giunta). La somma fra Dc e Pci è più o meno una costante matematica: sempre fra il 67 e il 70 per cento.

LE POLITICHE

Fin qui, i dati delle regionali. Vediamo ora quello delle elezioni politiche nella circoscrizione Basilicata, su cui bisognerà per forza di cose passare a volo d’uccello. 

Nel 2018 il Pd è già in crisi e conosce quello che sarà classificato come “tracollo”. Alla Camera prende il 16,14% (la coalizione va poco oltre il 19) mentre il M5S è al 44,35% e il centrodestra il 25,39%. Ma è, pur ridotto di molti punti percentuali rispetto alla volta precedente, ancora il secondo partito della Basilicata. Al Senato va appena meglio (17,28%).

Nel 2013 il centrosinistra vince e il Pd è al 25,68% alla Camera, al 27,17% al Senato. Aprile 2008: il Pd trascina il centrosinistra (che a livello nazionale perde), con un 38,58% alla Camera e un 38,51% al Senato. La Basilicata è regione rossa, i vertici della coalizione la portano in palmo di mano.

Aprile 2006, Camera: l’Ulivo è al 35,3%. Bene anche al Senato (dove però Ds e Margherita si presentano con sigle separate: 19,86% i primi, 15,43% la seconda). Questa volta a dirsi orgoglioso della Basilicata è Romano Prodi, che vince. 

Nel 2001, Forza Italia prende molti voti, ma alla Camera la Margherita (18,11%) e i Ds (17,81%) e l’Ulivo al Senato (42,22%) assicurano numeri più alti e più parlamentari per il centrosinistra.

Le elezioni del 1996 vedono svettare alla Camera il Pds (con il 23,51%) mentre al centro c’è il centrifugato Popolari-Svp-Repubblicani-Ud-Prodi oramai lontano dai numeri bulgari della Dc: 12,38%. Al Senato invece l’Ulivo è compatto e tocca il 52,26%.

Numeri simili nel 1994 per il Pds alla Camera (23,21%) mentre il Partito popolare è a un dignitoso 19,59%. Al Senato, i Progressisti sono primi con il 36,26%.

Solo due anni nel passato e troviamo, nel 1992, di nuovo le sigle storiche: la Dc, che stravince alla Camera con il 44,45%. Il Pds non arriva nemmeno al 17%. Al Senato, situazione ancora più squilibrata: Dc 38,10% e Pds 18,08%. C’è da segnalare un Psi così forte che è secondo con il 18,68%.

Dal 1987 a risalire la situazione è simile a quella delle regionali. Una Dc egemone (ad esempio, nell’anno considerato 46,09% alla Camera e 42,56% al Senato) e un Pci eterno secondo ma ben consolidato (25,46% alla Camera mentre 28,12% al Senato).

PRIMO INDIZIO

I dati dell’affluenza parlano di un calo costante, come d’altronde avviene anche nel resto d’Italia. 

Cosa ci dicono questi numeri? La lettura più semplice dice: il Pd ha dilapidato un patrimonio di voti che evidentemente ai dirigenti lucani del partito sembrava genetico, oramai acquisito, e che invece era volatile. I due affluenti principali del Pd, la Dc e il Pci, portavano in dote la maggioranza assoluta dei voti validi in Basilicata.

Ma lo stesso Pd, oramai partito a sé stante, era l’asso pigliatutto cui piaceva vincere facile.

Un raffronto sulle cifre assolute è impressionante: alle ultime regionali del marzo scorso il Pd prende 22.423 voti. Anche volendoli sommare a quelli di Articolo 1 – Mdp (il nome della lista è Progressisti per la Basilicata ed è composta dai transfughi che hanno seguito Roberto Speranza nella scissione dall’aborrito Pd renziano), e cioè 12.908, si arriva a 35.000 e rotti. Alle regionali precedenti, quelle vinte da Pittella, quando già si manifestava lo scollamento di molti elettori, erano comunque quasi sessantamila, circa il 25 per cento dei voti validi. Uno sconquasso non da poco.

Ma è proprio su quell’anno, sul 2013, che probabilmente bisogna concentrare l’attenzione. Per il Pd quel 24,83% è un risultato che solo eufemisticamente ci si può limitare a definire magro. E’ vero che nel 2010 non era molto più alto (27,34%), ma veniva generato da un numero di preferenze (87.134) incomparabile. 

Dunque, nel 2013 il Pd scende sotto il 25% e l’affluenza non arriva nemmeno a sfiorare il 50%. Con ogni evidenza la fiducia nella politica si è abbassata notevolmente e quella che con termine infelice veniva chiamata “antipolitica” si sfoga proprio con il Pd in Basilicata. Ma la coalizione è vincente, sono tutti contenti e nessuno perde tempo ad analizzare questo dato.

Ed è in questi quasi sei anni, da allora a oggi, che accade qualcosa, il primo indizio su cui bisognerà indagare più a fondo. 

Perché alle regionali del 24 marzo scorso avviene qualcosa di strano. L’affluenza aumenta. E il Pd tracolla. Dunque, più gente va alle urne e il partito che era assopigliatutto non solo non se ne avvantaggia ma finisce nel baratro. Sa tanto di punizione. Nella “regione rossa”, sa tanto di vendetta. 

(1. Continua) 

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