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POTENZA – A Matera, in settimana entrante, dovrebbe chiudersi il processo di primo grado per l’inchiesta sui concorsi truccati nella sanità, che nell’estate del 2018 è costata l’arresto e la candidatura a un secondo mandato da governatore all’ex presidente della giunta regionale, Marcello Pittella (Pd).

A Potenza invece, proprio negli stessi giorni, dovrebbero finire in prescrizione le accuse più datate di un altro processo ancora incagliato in primo grado. Quello sulle spese pazze in Consiglio regionale, che 5 anni prima, ad aprile 2013, spinsero alle dimissioni il predecessore di Pittella, nonché attuale deputato Pd, Vito De Filippo.

È un’immagine ambivalente quella della giustizia lucana alla vigilia della sentenza più attesa del 2021. Più ancora di quella che a marzo ha condannato Eni e 6 dei suoi dirigenti per la gestione dei reflui delle estrazioni di greggio in Val d’Agri, stabilendo confische e risarcimenti milionari a favore di Regione e cittadini di Viggiano e dintorni.

Una giustizia imperscrutabile, per cui la gravità dei reati contestati, e la loro datazione, assumono un valore relativo a seconda del tribunale interessato. E talvolta anche all’interno dello stesso tribunale, in base all’azione di forze invisibili, capaci di decidere, in maniera del tutto arbitraria, chi avrà diritto a vedere riconosciuta la propria innocenza, o colpevolezza, e chi dovrà accontentarsi di un proscioglimento per l’avvenuto decorso dei termini massima di durata dei processi.

Dopo aver atteso per anni tra ufficiali giudiziari, avvocati e aule che ispirano soggezione. Il caso della maxi inchiesta sui rimborsi delle spese per l’attività politica del parlamentino lucano ne è un esempio eclatante. Una maxi inchiesta divisa in tre processi di oggetto praticamente identico per il tipo di reati ipotizzati, peculato e falso, che per l’azione di quelle forze invisibili si sono incamminati verso un epilogo assai differente. Molto più di quanto si potesse immaginare in base al diverso numero di contestazioni alla base di ognuno.

A marzo del 2019, quindi, è arrivata l’assoluzione definitiva, in Cassazione, dell’unico imputato che aveva optato per il rito abbreviato, l’ex assessore alla sanità Attilio Martorano. Che pure era stato condannato in primo grado a 1 anno e 6 mesi di reclusione, a maggio del 2014, e poi in Appello ad aprile del 2018.

Il prossimo 21 gennaio, invece, è attesa la sentenza d’appello sui ricorsi presentati contro le condanne emesse in primo grado, a dicembre del 2019, dal collegio del Tribunale di Potenza presieduto da Federico Sergi, per 7 dei 9 ex consiglieri, ed ex assessori regionali, rinviati a giudizio, a febbraio del 2015, nell’ambito del processo “bis” sulle spese pazze, centrato sui rimborsi transitati per i gruppi consiliari tra il 2009 e il 2012. In particolare: Vincenzo Ruggiero (5 anni e 4 mesi); l’ex deputato forzista Nicola Pagliuca (3 anni e 4 mesi); Vincenzo Viti (3 anni e 4 mesi); Agatino Mancusi (2 anni e 10 mesi); Mario Venezia (2 anni e 6 mesi); e la dirigente nazionale e regionale di Confartigianato Rosa Gentile (2 anni e 2 mesi). Mentre per Franco Mattia e il capogruppo Pd nel consiglio comunale di Potenza, Roberto Falotico, è arrivata l’assoluzione.

Ancora in alto mare, infine, il processo sul filone principale dell’inchiesta, sempre davanti al collegio presieduto da Federico Sergi, in cui gli ex consiglieri ed ex assessori rinviati a giudizio, tra maggio e novembre del 2014, sono in tutto una trentina. Inclusi De Filippo, Pittella, l’attuale consigliere regionale di Italia viva, Luca Braia, il direttore generale dell’Arpab, Antonio Tisci, e l’attuale consigliere comunale di Potenza, Michele Napoli. Qui le contestazioni riguardano la gestione dei rimborsi per le spese di segreteria e rappresentanza riconosciuti a ogni singolo consigliere tra il 2009 e il 2012.

Ma poiché la rendicontazione di questi rimborsi avveniva ogni 6 mesi, e il termine di prescrizione “base” per il reato più grave, il peculato, è di 10 anni e mezzo, le conseguenze sono evidenti, anche aggiungendo ai calcoli un anno di eventuali sospensioni per motivi vari. Non da ultima l’emergenza sanitaria. Undici anni e mezzo dopo le rendicontazioni sul primo semestre 2009 il Tribunale non potrà che giudicare prescritte le contestazioni relative. Non avendone a carico di successive, quindi, andrà prosciolto un ex presidente del Consiglio regionale come Prospero De Franchi, finito a processo per essersi fatto rimborsare due mensilità, gennaio e febbraio 2009, del leasing della sua Mercedes.

A lui potrebbero aggiungersi, però, altri tre esponenti della legislatura conclusasi nel 2010. Come Gaetano Fierro, a cui viene contestata anche la fattura per un pasto da 30 euro, corretta a penna e rimborsata per 230 euro, Vincenzo Santochirico, Adeltina Salierno, e il direttore generale dell’Arpab, Tisci, finito sotto inchiesta per l’ospitalità offerta allo scrittore Marcello Veneziani in occasione della presentazione di un suo libro a Potenza.

Vedranno assottigliarsi gli addebiti ma resteranno a processo, invece, altri 12 tra ex consiglieri ed ex assessori, perlopiù rieletti nella legislatura iniziata nel 2010 e conclusasi anzitempo, nel 2013, per effetto dello scandalo. Ovvero: Antonio Autilio, Antonio Di Sanza, Innocenzo Loguercio, Agatino Mancusi, Rosa Mastrosimone, Franco Mattia, Antonio Potenza, Donato Paolo Salvatore, Luigi Scaglione, Gennaro Straziuso, Rocco Vita e Vincenzo Viti. Lasciando inevase una serie di questioni alle quali la giustizia lucana non è stata in grado di rispondere in tempo. È davvero reato o no l’acquisto di un orsetto di peluche, e di generi alimentari vari, spuntato tra gli scontrini portati a rimborso da Mastrosimone come spesa per attività politica? O quello della stessa Mastrosimone di un libro dal titolo evocativo, come: «Il metodo antistronzi: come creare un ambiente di lavoro più civile e produttivo o sopravvivere se il tuo non lo è»?

E che dire del contributo di Autilio alla parrocchia di San Nicola, a Ginestra, per l’organizzazione di un concerto di beneficenza di Massimo Ranieri? Oppure dei pasticcini acquistati la domenica mattina, e dei pranzi in contemporanea, a Milano e a Tito, portati a rimborso da Scaglione? Quindi ancora delle fatture per il lavaggio dell’auto di Straziuso, e delle rate dell’assicurazione di responsabilità amministrativa di Viti. Più creme antirughe, bollette telefoniche duplicate, e quant’altro.

Questioni più o meno complesse destinate a restare irrisolte. Nonostante il ruolo pubblico mantenuto da diverse delle persone coinvolte, e il peso avuto dall’esplosione dello scandalo sull’evoluzione della vicenda politica regionale.

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