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Una seduta del Consiglio dei ministri a marzo (LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili)

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LA pandemia sanitaria ed economica è nel contempo una crisi per molti aspetti devastante, ma anche una opportunità di crescita a tutti i livelli, se sapremo impostare iniziative di radicale cambiamento, sia nella sanità che nel sistema produttivo.

Sono cose non facili da realizzare, in un contesto regionale come il nostro che difende ostinatamente quanto irresponsabilmente lo status quo ante. Mai, come in questa circostanza, la locuzione latina è appropriata: siamo in guerra con un virus molto pericoloso che si prevede lotterà ancora per qualche anno, prima di essere sconfitto. Tuttavia non si tratta di ritornare a “come stavano le cose prima della guerra”, per il semplice fatto che prima del coronavirus ce la passavamo piuttosto maluccio.

L’opportunità che dobbiamo saper cogliere consiste nel disegnare una nuova Basilicata, avendo il coraggio e la capacità di scrollarci di dosso i ritardi atavici, fin qui accumulati, che non sono casuali, ma frutto di scelte e decisioni sbagliate fatte dalla classe dominante regionale, con la complicità del potere centrale.

I campi, su cui intervenire, sono molteplici. Non potendo, in questa sede, essere esaustivo, per ovvie ragioni, mi limito a fare due esempi di radicale cambiamento in settori che ritengo strategici per innovare il contesto regionale: la sanità e la Pubblica amministrazione.

La sanità sarà gestita da un diverso rapporto Stato-Regioni, che implica una vera e propria riforma del settore in questione, per colmare le carenze che abbiamo dovuto riscontrare in questo anno e mezzo di pandemia. Il governo nazionale dispone dei fondi stanziati nel recovery plan, pari a 7 miliardi di euro, da spendere in 5 anni. Le attuali strutture ospedaliere saranno complementari al nuovo impianto assistenziale, che comprenderà solo in parte nuove realtà territoriali e che si avvarrà anche di strutture esistenti, opportunamente riconvertite.

La nuova medicina territoriale (fonte Ance) si baserà su due presidi: il primo riguarderà le “case della comunità”, che aggregheranno in un unico centro medici di famiglia, specialisti, infermieri e assistenti sociali, organizzati in team multidisciplinari, attrezzati di punti di prelievo, macchinari diagnostici per gli esami e infrastrutture informatiche. Oggi in Basilicata c’è un solo centro del genere, il piano ne prevede altri 12, che saranno localizzati entro l’autunno, i secondi, denominati “ospedali della comunità”, strutture gestite da infermieri, dotate di 20 posti letto, fino ad un massimo di 40 , serviranno per fronteggiare ricoveri brevi e per pazienti che richiedono una bassa intensità di cura. In Basilicata ne saranno realizzati 4 con 70 posti letto complessivi.

La ratio che ispira la riforma risponde a due obiettivi: 1°, assicurare una assistenza sanitaria capillare, non intasando i Pronto Soccorso degli ospedali di ricoveri impropri, attraverso le strutture suddette, elevando le cure domiciliari, 2°, ridurre notevolmente i costi della sanità che con l’assetto di cui sopra ammonteranno a circa un miliardo all’anno.

Completa la riforma la creazione di “centrali operative territoriali”, le Cot, che avranno la funzione di coordinare i servizi territori, attivando lo scambio di informazione tra gli operatori sanitari, prevedendo un Cot ogni 100mila abitanti.

In questo nuovo scenario i medici di famiglia saranno chiamati a svolgere compiti più complessi, da svolgere in team interdisciplinari, in strutture polivalenti che richiederanno una azione formativa molto approfondita e mezzi adeguati per disporre di nuove attrezzature per la diagnostica. Obiettivi non facili da raggiungere in un Paese in cui la disponibilità dei medici di famiglia è tutta da verificare.

In passato, si è provato ad incamminarsi su questa strada, bloccati proprio dai medici di famiglia. Oggi si può essere più ottimisti, dato che è il governo nazionale a dettare le danze, avendo a disposizione i fondi europei. La pandemia ha dimostrato, tra l’altro, che 20 sistemi sanitari diversi sono una follia e rappresentano un modo per aumentare i divari e le disuguaglianze tra Nord e Sud. Mi auguro che sia arrivato il momento per rendere omogenei anche i servizi sanitari in tutto il paese, restituendo parità di cittadinanza a tutti gli italiani anche in questo essenziale servizio.

L’altro settore strategico riguarda la Pubblica amministrazione, un settore che l’Europa e il governo italiano hanno messo sotto i loro riflettori, facendo leva sulla governance che dovrà realizzare la il recovery plan.

In particolare per la Basilicata, le misure, previste nelle 6 missioni indicate nel fondo europeo, serviranno a poco, se non cambiamo i paradigmi del passato che attengono a liste di opere giustapposte e dunque senza visione, che mirano a soddisfare i desiderata (le famose bandierine) dei cacicchi locali, a perseguire l’isolamento programmatico, a mantenere una burocrazia asservita al ceto politico dominante.

Il recovery plan capovolge questa impostazione, ritenendola profondamente sbagliata.

Non si può lasciare nelle mani della oligarchia politica e burocratica esistente l’enorme massa di denaro messa a disposizione dall’Europa, qui come altrove. Abbiamo fatto molte cattive esperienze su questa strada, che dovrebbero insegnarci qualcosa. I fondi si avranno, a condizione di fare ben individuate riforme e politiche di sviluppo che abbiamo, peraltro, sottoscritto, ma di cui si parla poco, concentrando l’attenzione sui soldi da avere, facendo i conti senza l’oste che in realtà sono due, Bruxelles e lo stesso premier Draghi.

A breve sarà definita la governance del recovery plan nazionale con un cronoprogramma rigoroso, per ottenere i primi 24 miliardi del recovery plan entro l’estate. Al centro ci sarà la cabina di regia, composta dai ministri e tecnici competenti , affiancata da un connesso meccanismo di esame e assunzione per 3 anni del personale che dovrà realizzare, nei tempi stabiliti, il Pnrr. Riguarderà l’assunzione di 300 tecnici che saranno scelti con un bando del ministero dell’Economia (non come ha fatto il governatore della Basilicata Bardi che li ha scelti in base a criteri amicali) che costituiranno la task force che avrà il compito di valutare e rendicontare le spese che saranno effettuate, che andranno al vaglio di Bruxelles, tecnici che saranno supportati da altri 2.800 esperti che assisteranno gli enti locali che dovranno istruire i progetti, prevedere e richiedere i finanziamenti e realizzarli. I tecnici in questione potranno essere la base del turn over della Pa, immettendo professionalità nuove, già rodate nella fase di attuazione del recovery plan. Il governo lucano sarà bravo, se convincerà i tecnici destinati alla Basilicata a rimanere successivamente per riorganizzare l’intera struttura di programmazione regionale.

Il rafforzamento delle capacità delle regioni e del sistema della autonomie locali lo si farà, dunque, con l’intervento determinante del governo nazionale. I tecnici che il governo nazionale selezionerà e metterà a disposizione delle suddette istituzioni, saranno l’occasione per sottrarre ai notabili regionali e locali il compito di selezionare il nuovo personale. Disporremo di esperti di monitoraggio e valutazione degli interventi da programmare, manager abituati a lavorare in team, che hanno relazioni con figure professionali analoghe presenti nelle altre amministrazioni nazionali e meridionali, e col mondo delle imprese, con le quali potranno dialogare e concertare investimenti anche in Basilicata, seguendo l’esempio praticato in Emilia-Romagna da Patrizio Bianchi, l’attuale ministro dell’Istruzione, in passato assessore all’Economia della giunta in questione. Sarà possibile finalmente mettere fine allo spoil system attuato dalle regioni che non ha finora tenuto conto del merito, ma al contrario della fedeltà e della appartenenza al sistema di potere. La prevista selezione a livello nazionale con criteri univoci ha il valore di sprovincializzare la scelta del personale da utilizzare, che a ben vedere è garanzia per uscire dal contesto chiuso in cui si muovono le attuali strutture burocratiche regionali e locali, potendo agire con una impostazione glocal, pensare globale e agire localmente, uscendo definitivamente dalle angustie localistiche che hanno sempre caratterizzato le regioni.

Adriano Giannola, il presidente della Svimez, ha espresso di recente una idea, perfettamente condivisibile, secondo cui «il recovery plan è la nostra ultima occasione per rimettere in moto il Mezzogiorno, per non tornare alla stagnazione del Paese e all’eutanasia del Mezzogiorno, riducendo l’Italia ad una prospettiva geografica». Un ritorno da scongiurare assolutamente. Ma il premier Draghi non potrà fare tutto da solo. Serve una forte coesione delle istituzioni che purtroppo è tutta ancora da acquisire.

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